lunedì 14 dicembre 2009

arrivederci

Anche gli amanti la chiamano "pausa di riflessione" e serve spesso per mascherare una stanchezza. L'ho chiamata così anche io, un po' ipocritamente. Il fatto è che mi sento un po' troppo vuota e un po' troppo piena. Vuota di energie e piena di riflessioni e pensieri. Ma mi accorgo anche di sentirmi meno libera di appuntarli qui. Ed è questo, credo, che davvero mi impedisce di scrivere. In questi giorni ho cercato di capire perché la mia libertà interna si sia erosa ma non sono arrivata a nessuna conclusione.
Forse mi sembrano troppi i miei lettori e ho raggiunto il massimo di platea che il mio narcisismo mi consente di avere. Forse comincio ad incontrarne troppi, in carne ed ossa, intorno a me e mi sembra di leggere nei loro sguardi una curiosità che mi pesa. Forse non riesco a sostenere troppi rapporti umani né troppi stimoli, come talvolta può succedermi. Forse è solo uno di quei periodi in cui sento il bisogno di oblio e nascondimento e scelgo i rapporti da tenere in base a parametri sofisticatissimi ma in fondo riassumibili in una formula breve: lasciarmi accostare solo da persone che non si aspettano niente da me. Sono i periodi in cui il piano del mio umore s'inclina e io mi sento al di sotto di qualsiasi aspettativa.
Ci sono molti altri forse. Mi serve tempo per indagarli tutti.
Non penso che questo sia un addio ma in questo momento non so dire per quando sia l'arrivederci.
con affetto, marina




mercoledì 9 dicembre 2009

pausa di riflessione

Auguste Rodin: Il pensatore

inoltre...

Donnigio ha cancellato il suo blog!
da Clotilde non si entra più...
nemmeno da Baluginando ma sospetto che vi entrino gli intimi...
Duccio non scrive da ottobre...
farfalla leggera tiene chiusa la sua porta e da pupazzi e pensieri arriva un segnale di mail denied
sul blog di out non riesco a commentare
ancora non ha ripreso a scrivere neanche inès
anche Luigi Mariano scrive pochissimo, solo i resoconti dei suoi concerti. Io sono contenta che sia sempre in giro con la sua chitarra e la sua voce, ma prima ci raccontava anche tante cose...
e Saretta che tace da luglio e non risponde alle mail...
Sto facendo il giro dei miei blog amici e colleziono coltellate!

Ma non perdetevi la nuova serie di post di Enzo sulla Sicilia!

martedì 8 dicembre 2009

otto dicembre 2009


Roma- 8 Dicembre 2009-ore 19

Basilica di Santa Prassede
Concerto per Coro e Organo

Coro: Novum Convivium Musicum
Direttore Maestro Antonio Pantaneschi
All'organo: Maestro Roberto Canali


Programma

Scuola di Notre Dame: Flos Filius - mottetto

Sergei Rachmaninov: Bogoroditsye Dyevo

Heitor Villa-Lobos: Ave Maria

Felix Mendelssohn: Verleih uns Frieden

Johannes Brahms: Geistliches Lied

Marco Enrico Bossi: Missa pro Sponso et Sponsa

Wolfgang Amadeus Mozart: Sancta Maria-KV 273

Wolfgang Amadeus Mozart: Regina Coeli-KV 276

Johann Sebastian Bach: Jesus Bleibet Meine Freude-Cantata 147






lunedì 7 dicembre 2009

tempo e Tempo

Quando si entra in quella fase della vita che non chiamerò né terza né quarta né ordinerò in base a nessun ordinale (giacché la vita è un continuum le cui eventuali scansioni sono squisitamente individuali e niente hanno a che fare con i decenni); quando si entra in quella fase in cui non si sale ma, nel corpo almeno, ci si sente in discesa, la nostra idea del tempo cambia radicalmente.
Non parlo qui dell'idea del Tempo, della riflessione cioè su concetti filosofici ed esistenziali di portata insieme sottile e pesante che pure occupa gran parte della nostra mente, ma della considerazione in cui teniamo il nostro piccolo tempo quotidiano, del modo in cui ne usiamo, del senso che ore, minuti e secondi acquistano per noi.
Quella considerazione diventa affatto nuova e porta con sé grosse trasformazioni.
La nuova valutazione che facciamo del tempo entra nelle nostre azioni quotidiane, si fa gesti, atti, decisioni minute. Spesso in aperta contraddizione le une con le altre.
Potrei darne moltissimi esempi (e certo mi capiterà di darne) per ora ne segnalo solo uno che attiene agli scambi verbali che ho con gli altri.

Il nuovo senso del tempo che cogliamo alla mia età ci rende più franchi. O almeno tale mi ha resa. Non certo per effetto di un miglioramento morale che non riscontro in me, ma per effetto di una nuova impazienza che si è insinuata in me fibra per fibra. Questa nuova franchezza sfiora la brutalità e, in ogni caso, mostra il piglio infastidito dell'impazienza.
(La pazienza, del resto, non è mai stata una mia virtù e ho sempre dovuto compiere grossi sforzi per servirmi della capacità di attesa rispetto alle maturazioni altrui. E rispetto alle mie stesse. E per accogliere i comportamenti degli altri con senno e senza tempestare.
In qualche modo, sia pure con grande, grandissima fatica, nel corso della mia vita io sono riuscita a dispensare intorno a me quel tanto di pazienza senza la quale la maggior parte dei rapporti umani stridono pericolosamente. E talvolta irrimediabilmente si incrinano.)
Ma la mia attuale impazienza relativa alle conversazioni non è di quelle che si addomestichino. Essa nasce dalla nuova considerazione che do al tempo. E da una nuova scelta radicale. Molto sinteticamente questa è riassumibile così: non ho tempo da perdere in diplomatici accomodamenti del mio parlare.
Questo imprime alle mie conversazioni una franchezza del tutto nuovo. Una franchezza cioè nuda, scarna e priva di ammorbidenti e ammortizzatori. Questo, ripeto, per effetto di una scelta, lucida e convinta.
Non sono cioè diventata più impaziente e quindi più franca perché non riesco più a tenere a freno la mia innata impazienza, ma perché non voglio.
La diplomazia, che mai è stato un mio punto forte, non si addice alla mia età. Questo ho deciso. Non voglio impiegare il mio tempo in schermaglie, in giri di parole, nella ricerca dell'espressione meno urticante, di quella più gentile, nell'attesa che la prolissità altrui si dipani e venga al dunque.
Così taglio i ragionamenti altrui anticipandoli decisamente, replico preventivamente a lunghe considerazioni che percepisco come del tutto inutili, tronco complicate e minuziose argomentazioni, rispondo in due parole a esposizioni complesse che, a mio parere, si sarebbero potute esprimere in una sola frase.
Ho sempre trovato i miei simili eccessivamente prolissi, lo confesso; ho sempre pensato che la maggior parte delle persone ama indulgere in lunghe spiegazioni inutili, e ritornarci e svolgerle e riavvolgerle e trattarle come il famoso tema in classe in cui la traccia ci forniva un assunto e noi dovevamo ripeterlo, con altre parole, per tre facciate di foglio protocollo; esercizio noioso e che non mi sembra abbia dato buoni frutti. Infatti i miei connazionali brillano per retorica ma difettano di rigore consequenziale. In linea generale, naturalmente.


Ebbene, se fino ad oggi, pazientemente (cioè con apparente pazienza ma interno fremito di impazienza) attendevo che il mio interlocutore portasse avanti il suo discorso con tutte le sue proposizioni implicite ben incapsulate una dentro l'altra, come le matrioske russe, e le sue appendici ed i suoi commi e sottocommi, adesso, zac, gli taglio la parola in bocca, enuncio io in una sola frase il pensiero che sta appena abbozzando e detto fatto gli do la mia risposta, replica o considerazione del caso.
Il poveretto resta lì con il suo discorso in sospeso come una pipì cui non si sia potuto dar sfogo e di certo è per metà disorientato e per metà offeso.
Beh, vi dirò, me ne infischio.
Non ho più tempo per questo continuo menar il cane per l'aia, i secondi del mio tempo sono preziosi. Tre secondi qui, otto secondi lì, altri quattro persi con questo e nove persi con quello, alla fine della giornata mi porterebbero via uno o persino due minuti o forse addirittura cinque!
E che sarà mai! direbbe un giovane. Beh, vi posso garantire che cinque minuti hanno, alla mia età, un grandissimo valore. Cinque minuti tolti a me stessa, allo sfogliare un libro, al pasticciare con delle lane, ad affacciarmi alla finestra, sono un furto che non intendo sopportare.

E poi, come il citatissimo Wittgenstein ha definitivamente scritto: tutto quello che si può dire si può dire chiaramente.
Dunque io sforbicio le ramificazioni del discorso altrui, quegli avviluppamenti di oscurità in cui spesso amano gingillarsi. E lo faccio senza rimorsi.
Ognuno si tenga per avvertito.


(La manifesta ripetitività di concetti di questo mio discorso è intenzionale e usata come esempio del mio assunto).

tutto il mondo è paese?

sabato 5 dicembre 2009

cambio di residenza










Da oggi e per i prossimi giorni io dimoro qui.

venerdì 4 dicembre 2009

burocratese

Però la parola bolgetta ancora resiste. Lo Zingarelli non la segnala come termine in via di estinzione. Io l'ho incontrata per la prima volta questa mattina in un Ufficio Postale. Un cartello segnalava tra i servizi offerti allo sportello il servizio bolgette. Io ho pensato che si trattasse di un errore di stampa e che lì si pagassero le bollette. Così, dovendo spedire un pacco, mi stavo allontanando quando una gentilissima signora mi ha spiegato che la bolgetta è la borsa o il sacco del postino e che servizio di bolgette significa appunto spedizione di pacchi e buste. Lei stessa lo aveva appena appreso.

Sono contenta che l'italiano conservi anche questa parola ma non sarebbe male se, accanto al termine bolgetta, nei cartelli degli Uffici Postali scrivessero anche "Qui si spediscono pacchi e lettere".