martedì 22 luglio 2014

Tez è tornata!

Il bimbetto a labbrotto pendulo ha saputo che Tez è tornata!




lunedì 14 luglio 2014

una poesia di Beppe Salvia

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

                                                               Beppe Salvia 1954-1985
da PensieriParole

mercoledì 9 luglio 2014

al mattino o alla sera, leggere una poesia di Claudio Damiani


da: Claudio Damiani  Poesie a cura di Marco Lodoli Fazi Editore




lunedì 7 luglio 2014

ricordando Maria Luisa Spaziani


                                                   Maria Luisa Spaziani (1922-2014)


Il 30 giugno ci ha lasciati Maria Luisa Spaziani.
La ricordo con queste sue poesie.


A sipario abbassato

Quando ti amavo sognavo i tuoi
sogni.
Ti guardavo le palpebre dormire,
le ciglia in lieve tremito.
Talvolta
è a sipario abbassato che si snoda
con inauditi attori e luminarie
-la meraviglia.


Nulla di nulla

Strappami dal sospetto
di essere nulla, più nulla di nulla.
Non esiste nemmeno la memoria.
Non esistono cieli.
Davanti agli occhi un pianoro di
neve,
giorni non numerabili, cristalli
di una neve che sfuma all'orizzonte
- e non c'è l'orizzonte.


sabato 5 luglio 2014

mio caro

Una tentazione comincia a farsi strada in me. Parlare -o scrivere, che per me è la stessa cosa- di te. Ho tentato tante volte. Ma poi il troppo dolore, l'angoscia della tua perdita, il pianto che mi scuote e acceca me ne ha tolto ogni possibilità. Ma la tentazione torna. Torna sotto forma di bisogno di farti conoscere, di dirti a chi non ti ha conosciuto, di renderti quel riconoscimento che meriti. E di bisogno di rappresentarti, io stessa, di tenerti in vita, di testimoniarti, perché io sola posso farlo. Impedire, finché vivrò, la dimenticanza con cui il Tempo ti inghiottirà e vorrei che, almeno quella, ci inghiottisse insieme.

[Comincio anche a dirmi che se il dolore non è accostabile per chi mi legge, non debbo sentirmi colpevole del mio stesso dolore e che ognuno è libero di evitarmi].

venerdì 4 luglio 2014

il filo di acciaio

Ero in strada e camminavo lenta adattando il passo al mio pensiero. E d'improvviso l'ho proprio sentito, percorrermi tutto il corpo, il filo di acciaio che mi tiene in vita, benché colpita duramente e senza cessa, ancora in vita.
Ho scoperto che è questo filo di acciaio, che ho sentito quasi fisicamente, a rendermi come sono, quella che sono: una persona capace di sostenere questi giorni e questi anni, anche nel crollo dei desideri, delle speranze, delle aspettative. Anche nell'amarezza, riconosciuta ormai come definitiva compagna.
Il filo di acciaio agisce per me, fa il suo lavoro per conto suo, mi tiene in salute e fa sì che, sola, io proceda nella vita. Ritta.
Dal filo di acciaio mi sento agita, una sensazione che ho già conosciuto. Nel filo di acciaio si esprime la potenza della natura, e strapparsi da dentro il filo di acciaio natura non concede.
Cosa costi avere dentro di sé questo filo di acciaio, io sola so. E osservo gli inconsapevoli altri e sorrido dentro di me quando mi sento dire che sono forte.
Io, forte? Vorrei dire loro. Ma va, è lui che è forte, il filo di acciaio. Io, il mio io, lo ospita solo. Ed è un ospite indesiderato.

domenica 29 giugno 2014

Tereza, dove sei?





Non posso più accedere al blog di Tereza, perché è diventato un blog ad inviti e non sono stata invitata.

sabato 28 giugno 2014

(pseudo-versi dedicati a Stig Dagerman)

nomen omen


Qualsiasi nome gli abbiamo dato alla nascita
crediamo sempre che un giorno si chiameranno Consuelo
-inconfessata speranza
al fondo dei nostri cuori-
Ah se li avessimo chiamati Consuelo -ci diciamo poi-
abbiamo sbagliato nomen
ci siamo derubati del presagio!
Speranza ingenua!
nessuno consola nessuno
Vita e Tempo involvono
il nostro bisogno di consolazione.

domenica 22 giugno 2014

ripescata in risposta a Guglielmo


Ho appreso a perdonare 
il blu smagliante alla plumbago
che esonda oltre il muro
e il rosa agli oleandri
e i rami colmi 
che scendono a sfiorarmi il capo.
Ma il profumo no.
Il profumo
-che mi trapassa come una spada
e m’avvelena l’aria-
il profumo
mi è crudele
e per lui non ho perdono
né grazia.

dal passato d'amore

Camminavo in salita sotto le magnolie
Arrivavano parole come pesci argentei 
nuotando libere nella mia acqua
Le sentivo sulle labbra come l’antico bacio caldo
Una foglia lucente dipinta di verde volò a terra e si propose al mio sguardo
raccolse un sorriso 
e volò più in là
Nessun uccello cantava ma cantavano i pesci
"Sei il primo ricordo senza spine"
dissi al pesce più piccino che mordicchiava il mio orecchio
"Sei la prima foglia del mondo" 
dissi alla foglia
"la prima foglia verde
che luce ai miei piedi".
Le parole hanno questo di bello,
non muoiono. 
Giungono un mattino dal passato d’amore 
e nuotano con noi.

lunedì 9 giugno 2014

scampoli

Ho bisogno di un po' di questo
ma poco
di un po' di quello
ma poco
di un ricciolo
di un vapore
di uno spicchio di mela

Il vento che impenna
le piccole cose
le piccole cose
che sfidano il tempo

In me c'è una falla
tutto cola, tutto perdo.

E dove batte la luce?

le salsole


Intricato il mio cuore
con battiti e passi affrettati
spasimi lenti
erbe in folate

Si spezza il filo del tombolo della vita
a ogni microscopico fallo
né più si ricongiunge
Si è smarrita la mappa:
non si riconosce il capo
né la coda 
che già corre lontana
con fruscio di serpe o di acqua
Restano le salsole rotolacampo
-mio cuore cespuglioso-
che trascinano 
le ventate del tempo.


ombre



Potresti contargli l'ossa
e gli anni
al cane-ombra
Accetta il boccone che gli porgi
Ti ringrazia con la coda e se ne va
Il cane-ombra ti lascia sola
Sei ombra anche tu

pensiero con cui mi sono svegliata questa mattina

Combina e ricombina
l'atomo ci darà
la sola eternità.

sabato 31 maggio 2014

Una bella notizia: un nuovo libro di e su Giovanni Jervis


Vi segnalo una bella iniziativa dell' Ufficio Biblioscienze del Sistema di Biblioteche del Comune di Roma che mi fa molto piacere. Io non mancherò.


Il giorno 4 giugno 2014, alle ore 18:00, presso la Biblioteca Nelson Mandela,  via La Spezia 21, 00182 Roma, si terrà un incontro-dibattito sulla figura di Giovanni Jervis, con interventi di Massimo Marraffa, Riccardo Williams e Giovanni Valeri. Verrà presentato il volume Giovanni Jervis, Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria e politica, a cura di M. Marraffa, Torino, Bollati-Boringhieri, (marzo) 2014. Ingresso libero. Il link alla Biblioteca Mandela èhttp://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=biblioteca_appia.wp.

giovedì 29 maggio 2014

Un incontro

-Ma tu guarda, Simona! ciao, come va? -Bene, dico. Va bene.
-E che fai qui? Che faccio qui. Bevo un caffè e prendo un po’ d’aria. Potrei rispondergli così. Forse dovrei. Guardo il vecchio Colosseo annebbiato e quella bicicletta buttata nell’angolo. Così già sarebbe più veritiero. Ma in fondo me ne frego.  
-Misuro il mio fallimento, rispondo. Rispondo così perché è l’unica risposta sincera. Davvero, un’altra non sarebbe corretta.
-Sicché...dice
Trascina una sedia al tavolino e si siede. La sedia è di ferro, fa un rumore d’inferno; vedo catene, condannati e via così.
-Sicché...
I sicché devono sembrargli particolarmente eloquenti perché non aggiunge altro. Se se ne frega lui della conversazione, figuriamoci io, che stavo qui con la bicicletta, il caffè e il mio fallimento. Al cameriere che si avvicina chiede un crodino. Usa la minuscola, come se dicesse un tè o un panino. Almeno così mi pare. Un crodino mi fa pensare a un animaletto, un piccolo crodo che ora lui vuole mangiarsi seduto al mio tavolino, di fronte alla mia faccia vacua e alla mia tazzina vuota da penitente.
-Fallimento, mmmm, è un peccato, fa lui. Si appoggia alla spalliera della sedia. La pancia è in bella vista e si allarga. È triste quella pancia che si accomoda, come se si sedesse ad aspettare un crodino anche lei. -È un peccato che parli di fallimento, proprio tu. 
Proprio io. Che vorrà dire, proprio io? Con una mano faccio un gesto sfarfalleggiante, come a dire: grazie per questo omaggio alle mie virtù e ai miei talenti ma basta, lasciamo stare. Molto understatement, molto  modestia ma con un alone di degnazione.
-Che fai di bello? Studi? Lavori? Chiede in successione. E il fallimento è archiviato. Che cosa lo incuriosisce di me? Non questa qui -capelli lunghi senza taglio, alla portiamoli con noi, un’età senza definizione ma ancora da vivente, seduta a un tavolino rotondo tra tavolini tutti vuoti. Vuole notizie di quell’altra, quella di cui si è ricordato quando mi ha vista e si è fermato a salutarmi. Dovrà rinunciarci–Non studio, non lavoro. Ma te, ti trovo bene, e gli passo la palla.
L’afferra. La pancia è smollata ma la voglia sfrigolante di dirsi, quella è ancora intatta in lui.
-Sai che mi hanno dato il cavalierato? Eh eh, dopo una vita di lavoro, mi ha fatto piacere, lo ammetto.
-Cavaliere, dunque. Così ti sei fermato per prestarmi soccorso. Tento la via della battuta scherzosa.
In fondo tutta una vita di lavoro da parte sua me l’aspettavo. Mai avuto voglia di fare granché di eccitante. Non leggeva, non studiava, niente musica cinema viaggi. Donne sì. La piccolina che mise incinta e che ebbe un aborto spontaneo, così si disse. E quell’altra, poi, bellina, sempre allegra. Minnie si chiamava, come una soubrette dell’epoca. Lei lasciò uno studente di scienze politiche, con troppi denti in bocca, Alberto mi pare, per ballare con lui stretta stretta (la pancia ancora non c’era) e arrossendo un po’ con le amiche si vantava: un coso, si sente, quando balliamo! Chissà se c’è una relazione, se a un coso grosso succede fatalmente una pancia grossa, mi chiedo.   
-Ho due figli, ci pensi? No, non ci penso. La parola figli, comunque declinata-maschile femminile singolare plurale- ormai m’intossica, il mio pensiero la evita.
-Uno studia in America, l’altro vive a Milano, è commercialista.
Io mi complimento.
-Antonietta, i due figli lontani, è sempre lì a preoccuparsi, te la puoi immaginare. Me la posso immaginare? Cerco ispirazione nella nuvola che sfiora il Colosseo ma l’onda grossa del tempo si è portata via Antonietta. Poi tra i detriti mi sembra di scorgerne il viso, begli occhi bruni, con un accenno di determinazione, grossi seni alti. Arriva il crodino, lo scontrino subito si alza in volo, lui lo rincorre. Io rincorro l’immagine di Antonietta, riesco a attribuirle delle gambe ben tornite e persino degli zoccoli in legno, tacchi bassi.
-Allora, fa lui di ritorno, figli, tu ne hai?
-Credevo di averne. Perché di lui me ne frego come pure di quell’altra me che lui non ha trovato a questo tavolino.
Butta giù il crodino, guarda l’orologio.
-Oddio, si è fatto tardi, devo andare all’ agenzia delle entrate e fa una smorfia di autocompatimento.
Beh, alla prossima, speriamo presto, mi ha fatto piacere incontrarti.
-Speriamo presto, confermo.
Lo scontrino resta lì, sotto la bottiglietta del crodino. È giusto, penso. Lui ha contribuito all’incontro con un cavalierato, una moglie apprensiva e due figli, di cui uno commercialista e un altro che studia in America. Io offrirò il crodino.

mercoledì 28 maggio 2014

Una poesia di Antonia Pozzi

Novembre
E poi- se accadrà ch’io me ne vada-
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo-
resterà un’esile scia di silenzio
in mezzo alle voci-
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro-
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo d’una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote-
Qualcuno piangerà
Chissà dove-chissà dove-
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno

Io me ne debba andare.

una poesia di Sylvia Plath


Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale
Non sono un albero con radici nel suolo
Succhiante minerali e amore materno
Così da poter brillare di foglie ad ogni marzo,
Né sono la beltà di un’aiuola
Ultradipinta –che susciti grida di meraviglia,
Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me un albero è immortale
E la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
Dell’uno la lunga vita, dell’altro mi mancxa l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto-
Con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,
E sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:

Finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

domenica 13 aprile 2014

domenica

Il silenzio domenicale
rimbomba di parole
eco che si ribella
alla conversazione interrotta 

I passi domenicali
lenti di sperdizione
cercano di percorrere
senza ripercorrere

Il lutto domenicale
si porta abbottonato
come un cappotto pesante
che ci si stringe alla gola

Il mattino domenicale
chiede solo
di diventare lunedì




giovedì 13 marzo 2014

Non se ne esce?

La mia scrittura diventa sempre più scadente.
Il mio scontento cresce.
Lo scontento alimenta la mia depressione.
La depressione mi rende sempre più difficile scrivere.
La scrittura diventa sempre più scadente.

Non se ne esce.
Non se ne esce?
Allora esco io.
Ma non è un addio.

Grazie e scuse.



domenica 9 marzo 2014

DEP & DAP LEXICON / 18

Così, un giorno, Q. avrebbe raccontato l'esperienza del suo primo ritorno all'isola di Ponza.

Una serena mattina di luglio.
Sono sdraiata sulla spiaggia di Frontone, alle spalle le rocce dal bianco al grigio al viola e fin sull’arenile ciottoloso il verde delle tamerici, il giallo dei lentischi. Il mare trasparente di puro azzurro, calmo e luminoso. D’improvviso un boato e la terra sussulta sotto di me. Spalanco gli occhi e mi tiro su. Mia sorella chiacchiera con un’amica, due bambini gettano ciottoli nell’acqua, mio marito nuota armoniosamente al largo, ognuno è tranquillamente intento alle sue occupazioni, chi prende il sole, chi galleggia pigramente.
                     Ma la terra trema violentemente e le rocce intorno sbandano. Che terremoto è questo? L’epicentro sembra essere sotto il mio corpo e il moto sussultorio interessa non più di due metri quadrati. Quelli occupati da me. C’è qualche sismografo in grado di avvertirlo? I geologi lo stanno registrando? O la natura mi fa omaggio di un terremoto personale? 

Intanto si è fatto scuro. Di fronte a me la spiaggia di Frontone è come il negativo di una foto. Il chiaro del cielo si fa nero e su questo nero spiccano le macchie bianche delle rocce e delle barche. Dagherrotipo di Frontone, questa potrebbe essere la didascalia.
Ma nessuno sembra accorgersene tranne me. La natura mi riserva quest’altro privilegio? Un’inversione di chiaro e di scuro? Un' eclisse di sole che io sola posso percepire? Terremoto ed eclisse insieme, entrambi solo per me?
-Presto, avvertite subito un geologo e un astronomo. Ma prima, e in fretta, il mio psichiatra.

Il cuore corre e salta nel petto, i battiti sono talmente ravvicinati che sembra un unico battito continuo o nessun battito del tutto. Un cane smanioso si impadronisce del mio respiro ed ansima. Che c’é ? chiede mia sorella nel vedermi balzare in piedi. Niente-dico-ma torno in albergo. Avrò parlato a segni? Infatti non riconosco la mia voce, o meglio, non la sento proprio. Evidentemente invece mia sorella l’ha sentita, infatti torna alle sue chiacchiere.
              Sbandando per tenermi in piedi sulla terra sussultante, mi butto verso l’acqua. La spiaggia di Frontone è raggiungibile solo dal mare e di tanto in tanto delle piccole barchette come tanti Caronte vengono a scaricare qualcuno o a caricarlo per riportarlo verso il porto. Da Frontone si può fuggire solo dal mare e fuggirne in tale concomitanza di fenomeni fisici mi sembra la cosa più ragionevole. E più urgente.
              Ma avanzando verso l’acqua il terremoto da sussultorio diventa ondulatorio e come in un’altalena l’intero panorama mi passa davanti dondolando. E’ sempre in bianco e nero e io spalanco sempre più gli occhi nello sforzo di vedere in quel nero. Le gambe non mi tengono, così accosciata sulla riva e in preda alla nausea e al terrore aspetto che un Caronte arrivi e quando arriva vi salgo tentando di mantenere un aspetto il più possibile normale. Mi sistemo a prua sporgendomi nel vuoto come una polena nello sforzo di arrivare prima in porto.
                 Nel frattempo divento totalmente sorda e la mia temperatura corporea precipita verso lo zero assoluto. Ci saranno quaranta gradi, sono le dodici di un mattino di luglio e io tremo di freddo e batto i denti. Il battere dei miei denti è praticamente tutto quello che sento. Infatti dalla barca allegramente piena di bagnanti mi arrivano pochi smorzati suoni. Hanno anche un interessante effetto eco, le risate allegre si ripetono sempre più lunghe e flebili. Beffarde, irridenti.
-Vi prego, interpellate un otorino e anche un esperto in acustica. Ma prima e comunque il mio psichiatra, please.

Sbarcata al porto, in costume, a piedi nudi e barcollante raggiungo la mia stanza in albergo e finalmente mi lascio cadere sul letto. Sfortunatamente al mio fianco si precipita il precipito: il letto non vuole sostenermi come dovrebbe, infatti sento di caderci attraverso. Il mio corpo vuole assolutamente abbandonare l’isola, è disposto a riemergere dalla parte opposta del globo sulle spiagge neozelandesi, pur di abbandonarla.
Sono coperta di sudore freddo, tremo, ho la nausea, aspetto che il cuore si spacchi e via, la catastrofe aristotelica si compirà.
                Precipito, accelerazione canina del respiro, decelerazione agonica del cuore, masso, soffoco, sono tutti qui al mio capezzale. I miei sismografi personali continuano a registrare un circoscritto terremoto sussultorio e ondulatorio insieme, mentre il frullatore di organi frulla e frulla le mie viscere. L’Altra, impressionata, tace. La pavida!
                Giaccio sul letto, braccia e gambe buttate là dove capita, corpo disarticolato esattamente come la mia mente. So che il tavor mi guarda dal comodino e attraverso l’all-black mi sforzo di guardarlo. Lo guardo intensamente tentando di convincerlo con le buone a cadere sulla mia lingua. Non saprò mai se ci sarei riuscita perché finalmente mi raggiunge mio marito e mi soccorre.
                   Per la prima volta in anni di terapia oso chiamare a casa il Professore. In un bisbiglio gli comunico che sono sorda muta e cieca, un terremoto alternativamente sussultorio e ondulatorio colpisce l’area di due metri quadrati in cui sono inscritta e intanto un eclisse totale di sole copre il mio orizzonte. Sudo inelegantemente come un suino e precipito a grande velocità verso il centro della terra. 
-Attacco di panico a ciel sereno- dice la sua voce agognata. Nessuna catastrofe aristotelica incombe su di lei, presto il tavor farà il suo lavoro. In ogni caso ne prenda un altro-. Evidentemente anche nel mondo benzodiazepinico l’unione fa la forza. La voce tranquilla, quasi sorridente del mio psichiatra agisce come terza dose e impartisce il suo vade retro autorevole alla machina scaenica.
                 Infatti: ritornano i colori, ritornano i suoni, il terremoto scema, l’eclisse gradualmente sfuma. Infine anche il cuore rallenta la sua corsa. Speriamo che i diversi scienziati interessati abbiano fatto in tempo a prendere nota del fenomeno. Ne uscirebbe una interessante pubblicazione per la rivista Science. (Leggere saiens).
Solo il precipito non si vuole allontanare da me e io continuo a cadere attraverso il letto. La mia sola richiesta è -Portatemi via da quest’isola-.
Per definizione un’isola ci isola, no? Se ne è prigionieri. Su un’isola non ci sono vie di fuga. L’unica via di fuga è la fuga dall’isola.
               Non avendo nessuna intenzione di seguirmi attraverso i vari strati che compongono il pianeta che ci ospita  -i settanta chilometri della crosta terrestre, i duemilaottocentonovanta del mantello e i circa cinquemila del nucleo ferroso- per spuntare agli antipodi e trasferirsi armi e bagagli in Nuova Zelanda con me, mio marito rimedia due posti sul primo aliscafo e finalmente mi riporta sulla terraferma. Ferma di nome e di fatto.

Questa è la cronaca di quel mattino. Sappiate in ogni caso che vi ho risparmiato un paio di particolari intimi sgradevoli per me e per voi: siatemene grati.
       
Da allora la sola parola "isola" faceva imbizzarrire la machina scaenica di Q. Nel frattempo lei scoprì che la Nuova Zelanda non si trova agli antipodi dell'Italia. Trattasi di un comunissimo errore. Agli antipodi dell'Italia c'è solo oceano. O-ce-a-no. Per fortuna mentre tentava di lasciare l’isola attraverso il letto Q. non lo sapeva...
                 Q. comunque, novella spigolatrice di Sapri, sinteticamente prese a narrare quell'episodio in pochi versi: All’isola di Ponza s’è fermata, è stata un poco e poi s’è ritornata...
               Ma poiché Ponza era per lei la sola possibile idea di mare, la cristallizzazione dell’idea di bellezza e di possibile felicità, la lontananza forzata continuò ad essere la più bruciante di tutte le sconfitte che la malattia  l’aveva costretta ad accettare.
Passarono gli anni. Un giorno Q. tornò a Ponza. Fu il suo ultimo viaggio. Di questo Q. non parlerà. Può solo dire che la terra non tremò, il sole non si oscurò e tutta l’isola  fu quello che era sempre stata, una promessa mantenuta di bellezza e di serenità.

Ma nel ridosso di quel tempo nessuna promessa veniva mantenuta. 
Quei giorni illudevano e disilludevano Q. mentre lei guardinga, cautelosa, circospetta si avventurava nel mondo dei sani.

Infatti nel ridosso di quel tempo Qualcuno  metteva alla prova se stessa e la machina scaenica
(Continua-18)

martedì 25 febbraio 2014

DEP & DAP LEXICON /17

Fu solo dopo mesi di piccoli esperimenti -quasi provocazioni che Q. lanciava alla sua malattia- mesi fatti di giorni di sollievo discontinui ma attestanti un arretramento del male oscuro, che Q., quasi di forza, scaraventò se stessa verso la più audace, ma anche la più desiderata prova: recarsi sull’isola di Ponza, per lei semplicemente l’isola. Ma prima di raggiungerla un intero planisfero di zone a rischio si stendeva di fronte a Q. Prima la bocca ingorda del GRA che segnalava il suo personale hic sunt leones, quindi cinquanta chilometri cinquanta tra lei e il porto di Anzio.
         Cinquanta chilometri di palpitazioni, di sudore freddo, di occhi sbarrati e voce soffocata. Cinquanta chilometri nel soffoco determinato dallo sportello chiuso dell’auto del coniuge che nel suo procedere tra le altre auto non poteva essere precipitosamente abbandonata da Q. in caso di allarme se non gettandosi tra e forse sotto gli altri veicoli.
             E tutto intorno lo spalancato, tutto quello spazio i cui edifici -  fabbrichette, case coloniche, officine- Q. neanche vedeva. Sapeva solo che oltre le villette a schiera, oltre i capannoni, si aprivano campi vuoti, un mondo senza confini, estraneo e minaccioso, in cui le sue membra avrebbero potuto disgregarsi.
                Quando Q. arrivò ad Anzio era stremata. Fu necessaria una lunga sosta e 1 mg. di benzodiazepine per imbarcarsi sull’aliscafo Anzio-Ponza e affrontare i settantacinque minuti della traversata. Il tavor fedele assolse il suo compito ma non è escluso che in quell’occasione un farmaco più potente agisse dentro Q.: il desiderio di veder infine stagliarsi contro il blu sterminato del cielo il profilo dell’isola, così noto e così amato e di sbarcare nel piccolo porto rosa, sul molo su cui aveva pensato di non poter mai più posar piede; tornare infine nella sua isola.
                 Q. sbarcò senza sapere che nella sua isola la machina scaenica avrebbe allestito per lei il suo più sontuoso spettacolo, superando se stessa: una splendida festa barocca, un bellissimo attacco di panico a ciel sereno.
Ma questo lo racconterò nella prossima puntata. (Continua-17)
            

venerdì 21 febbraio 2014

DEP & DAP LEXICON /16

                 Nel suo desiderio di sperimentarsi un giorno Q. decise di uscire dalla città. Se ne distaccò incerta, ansiosa, sforzandosi di ignorare il paso doble danzato da cuore e polmoni e sempre in compagnia dell’Altra che le parlava rassicurante.
-Tranquilla, stai tranquilla, respira, ecco vedi? L’aria arriva. Poca? Sì è poca ma basterà.
-Non c’è nessun all-black, se apri gli occhi te ne renderai conto.
-Su, stai andando in un luogo amico. Ce la farai; è un dono che ti fai.-
             Q. infatti tornava a chiedere udienza all’Imperatore Adriano, come un tempo faceva ogni anno, nella sua villa tiburtina.
Aveva sempre amato quel luogo perché vi respirava una fragranza speciale, quella del tempo e pensava che essere nata e vivere a Roma, malgrado i secoli e i millenni trascorsi, l’accomunava, sia pure in piccolissima parte, agli antichi abitatori e se ne sentiva concittadina; sentiva di essere romana in un modo diverso da quello più ovvio.                     Riconosceva la temerarietà, forse la stoltezza, di quel pensiero
ma non poteva del tutto ignorare che benché l’orbe avesse girato su se stesso quasi un milione di volte, qualcosa di uguale permaneva. Forse solo una vibrazione della luce, una sfumatura di colore al tramonto, qualche grido di uccello, il riverbero dei suoni nell’aria e il sentore che mandava la terra quando il vento d’Africa portava pioggia e sabbia.
             Poca cosa, forse. Ma non poi così poca per lei che viveva intensamente il tempo presente ma ne coglieva intera la profondità.
Del resto, vivendo, come viviamo, su un impasto di terra e morti, la scelta è fra due soli corni: lo sgomento o la reverenza. Lei aveva scelto la reverenza. E la gratitudine. E l’amicizia con il passato.
Questo dava profondità al suo presente.
                    A testimoniare quell’amicizia Q. si recava ogni anno alla villa adrianea che, ogni anno, la ripagava con la sua prodigiosa bellezza.
Ve la portava anche l’ammirazione per il grande imperatore, che era stato politico, viaggiatore e artista e che alla villa-città aveva dedicato il suo tempo e il suo studio.
         Quella mattina Q. sentiva ben presente nel suo spirito che quell’uomo aveva conosciuto il lutto, il dolore e il suo stesso male oscuro, il taedium vitae. Il grande Imperatore, l’uomo più potente della terra, era dovuto venire a patti con un nemico che nessuna legione poteva piegare e nessun trattato poteva convincere. L’uomo che soffre è il più regale degli uomini, questo pensava Q. e ora rendeva  omaggio a quell’uomo nella sua stessa casa. 
                  Era il primo mattino di una calda giornata estiva quando risalì il lungo viale di cipressi che porta allo sperone di colle su cui posano i resti maestosi della casa imperiale. Solo pochi e rispettosi visitatori si muovevano come lei, minuscole  figurine, sotto le volte immense, lungo i muri imponenti, sulle gradinate ormai sconnesse.
                Q. percorse i sentieri tra gli olivi e gli allori, camminò sul basalto vecchio di secoli, si specchiò nelle acque del bacino  del Canopo, quasi un lago dove cigni e anatre scivolavano lenti. Camminava commossa tra le rovine miti e serene, cercando le tracce della vita che vi si era svolta, un’eco degli spettacoli teatrali, delle conversazioni di filosofi e poeti, dei concerti, delle cerimonie religiose. Il silenzio della città imperiale li includeva, i muri scabri li rimandavano.
                  Era la voce della continuità, della morte che si prolunga nella vita: su quel colle ancora le viti offrivano la stessa uva pizzutella, poco lontano ancora si sentiva l’odore acre delle acquae albule, nelle campagne tutto intorno tra rovine sparse non ancora indagate da storici e archeologi, greggi di pecore brucavano le erbe cresciute sulle vie lastricate, sulle piazze una volta marmoree. Era un messaggio di vita ed era un messaggio di morte. Q. avvertiva  insieme l’impermanenza delle nostre vite e la permanenza della vita.
                  Tra le erbe che ormai coprivano i mosaici della Piazza d’oro osò chinarsi a raccogliere una piccolissima scheggia di lapis tiburtinus, il travertino locale, di un bianco tinto di grigio, scabro, poroso, un po’ tagliente sull’orlo: due cm. per tre di passato, ma anche di presente. Quel travertino nei secoli ha continuato ad abbellire la città di Roma, chiese, palazzi, piazze, colonnati, e ancora oggi è la materia di ville di audace post-modernità architettonica.
           Q. non si accorse neanche del suo respiro regolare, del silenzio dell’Altra, del suo stesso passo tranquillo. Non avrebbe saputo dire se fosse un dono del milligrammo di benzodiazepina preventivamente assunto per attraversare l’anello di fuoco del G.R.A. o della squisita ospitalità dell’Imperatore.
Quanta bellezza era andata perduta nei secoli, ma quanta ne sarebbe risorta? Questo era il pensiero che accompagnava Q. in quel vagare tra morte e vita, ospite del passato ma anche del futuro.

              Oggi la scheggia raccolta tra malva e erbe di campo, lavata e rilavata, spazzolata delicatamente, è sullo scrittoio di Q. come prova del suo piccolo misfatto, ma anche ricordo di quel giorno di ridosso in cui il male oscuro sembrò dimenticarsi di lei. Il lettore non gridi alla vittoria: non vengano pronunciate parole come risanamente o guarigione. Ma quel giorno e la sua traccia pietrosa nella storia di Q. sono come un punto luminoso, un piccolo nucleo di speranza.
(Continua-16)

venerdì 7 febbraio 2014

DEP & DAP LEXICON /15

              Nel ridosso di quel tempo altri luoghi aperti sotto il cielo medicavano lo spirito stanco di Q., ritempravano quelle forze stremate dalla fatica psichica che durava da anni. Riprese l’esplorazione della sua città, che un tempo conduceva infaticabilmente per coglierne anche la più minuta bellezza. Le strade tornarono ad aprirsi davanti a lei, riscoprì i vicoli, le piazze, il lungofiume.
                    Una mattina Q. si spinse fino alla porta secentesca una volta a ridosso del porto fluviale della città, la Ripa Grande, e che ora dà accesso al grande mercato dell’usato, Porta Portese,  aprendosi su vie, viali, piazze e piazzette che ogni domenica sono invase da camioncini, furgoni, carri e carretti da cui vengono scaricate ed esposte merci di ogni tipo, natura e origine: in terra -su piani di legno, marciapiedi, muretti, tavoli traballanti; o sospesi -agganciati a corde tese tra due alberi o ad appendiabiti di fortuna.
             Vi si trova di tutto: mobili di ogni stile - tavoli, sedie, poltrone, credenze, madie, comò, librerie- pellicce smangiate, vecchi vestiti da sposa, quadri, servizi di piatti, chiavi di ferro, piante vere e finte, ombrelli, attaccapanni, fantasiosa bigiotteria, gioielli veri, tute mimetiche, abiti da sera... Vimine, bachelite, cotone, pelle, rame, porcellana, carta, vetro, ferro, lana, argento, oro, plastica, legno, nylon, ottone, non c’è materiale che manchi. Qui i visitatori si aggirano in cerca di curiosità, di affari o di un modo diverso di passare la domenica mattina, talvolta desiderosi solo di mischiarsi alla folla per sfuggire alla solitudine.
              Q. arrivò presto prima che il mercato divenisse troppo affollato, percorso da quasi impenetrabili flussi di persone, così gremito da rallentare la sua fuga in caso di necessità.
              Le era sempre piaciuto gironzolare in cerca delle meraviglie nascoste tra cianfrusaglie e ciarpami e studiare facce, gesti e voci; lasciarsi affascinare da quella concentrazione di vita pulsante, da quella gente di tutte le intenzioni che le scorreva a lato e negli anni vi aveva acquistato sedie, scialli, bottiglie, libri, vestiti, orecchini, improbabili antichità e persino un arcolaio. Ma Porta Portese era per lei anche un palcoscenico su cui la vita metteva in scena se stessa, un luogo ad alta densità di storie, da intuire –grazie a uno scambio di battute colte al volo, a uno sguardo, a un gesto- o da inventare.
                   Quella mattina Q. guardò Porta Portese con uno sguardo diverso, la vide in quella che le apparve come la sua vera natura: un grande cimitero degli elefanti dove prima o poi finiscono i resti delle vite di tutti noi, un grande mercato crudele o pietoso, che tutto ingoia e tutto restituisce, ingurgita vite e rigurgita morte.
                  Q. e il marito all’inizio bighellonarono, lasciandosi guidare dal flusso della gente e attirare qua e là dagli oggetti su cui si posava il loro sguardo e fecero  scoperte divertenti: -quel termos là di bakelite rossa, ne avevamo uno uguale, ricordi? guarda, la stessa radio di tua madre, guarda, sembra proprio la tua vecchia macchina fotografica subacquea...
         Scoperte divertenti all’inizio, poi cominciò a farsi strada in Q. la sensazione sempre più intensa che gli oggetti sui banchi, esposti allo sguardo valutativo degli altri e così simili ai suoi, fossero proprio i suoi, giunti fin là per vie che lei ignorava.
             A ridosso di quel tempo mentre sperimentava se stessa, Q.  repertoriava le morti ed ecco che lì davanti a sé in quel brulicare di vita, riconobbe uno dei volti della morte.
                 Prese ad osservare quei vivi vocianti e discordi, li vide agitarsi e smaniare al cospetto della morte, sciorinata senza pudore eppure invisibile ai più che volevano anzi comprarla e portarsene un pezzo a casa senza riconoscerla. Su quei banchi si esibivano vite, ma si esibivano anche morti. Non era una fantasia improbabile, era la constatazione pacifica di un destino che le apparve di tutti ed anche suo. E le storie che si potevano intuire da tutti quegli oggetti, erano in definitiva una sola storia.
            Su quei banchi traballanti non erano esposti solo oggetti appartenuti ad eredi senza cuore o senza memoria, a nipoti venali, a figli spregiudicati, a sorelle vendicative, o a donne e uomini bisognosi di un piccolo guadagno, costretti a vendere una vecchia pelliccia o il servizio buono di bicchieri.
              No, la più accurata e affettuosa conservazione degli effetti personali di un morto, lascia sempre qualche scoria, qualche cosa che ci si rigira tra le mani perplessi, di cui ci si chiede- che cos’è? o -che ne facciamo?- qualcosa magari in troppo cattivo stato per ripararla o in troppo buono per gettarla e che quindi si regala a qualcuno meno fortunato; o qualcosa che invece si getta, benché a malincuore, perché lo spazio nella nostre case è ristretto, colme come sono dell’inutile e dell’effimero accumulato lungo le nostre vite; e non tutto si riesce a salvare, a conservare. 
             E dove finiranno tutti quegli oggetti?
La vestaglia donata ad una portiera, la portiera la conserverà per la vita? la batteria di vecchie pentole che una “badante” rumena ha ricevuto in regalo, andando meglio le cose per lei, non prenderà un giorno la strada del vecchio mercato sempre affamato? Le scarpe e i vestiti non riutilizzabili, tarlati ormai o non più indossabili per motivi di taglia e appesi nell’armadio di una vecchia cantina, i nipoti li conserveranno?
                   O non affideranno a qualcuno il compito di vuotare la cantina? e quel qualcuno, non salverà forse quello che ancora avrà un valore mercantile? non lo esporrà appeso ad una bancarella, tentando di nobilitarlo, mentre tutto il resto lo ammucchierà disordinatamente su un marciapiede?
                 Neanche gettare nei cassonetti garantisce i nostri oggetti dal finire su quel marciapiede; oggi nei cassonetti è un continuo frugare da parte di persone che hanno troppo poco e troppo bisogno, persone che un po’ usano e un po’ vendono, cercando di fare il loro piccolo mercato e tutto prima o poi, trascinato da una corrente inarrestabile di caso e di intenzione insieme, finirà lì su quei banchi.
 In un certo senso finiamo tutti lì. Porta Portese: ultima fermata.
              Questi erano i pensieri, le riflessioni di Q. Avevano qualcosa di dolce e qualcosa di agro. Gli oggetti, le cose, sono come il selciato su cui cammina la nostra vita, di noi illuminano angoli altrimenti non rivelati, capricci, qualità, gusti non solo estetici ma dello spirito come pure tic e manie; dicono senza parlare, parlano lasciando intuire. Gli oggetti vivono la nostra vita, l’assorbono nella loro materia, la respirano e la trattengono e ne condensano l’essenza.
                 Per questo la dispersione delle nostre cose è la dispersione della nostra stessa vita e non si disperdono le membra di un corpo senza malinconia. Il corrompersi della materia era sempre stato per Q. segno di continuità e permanenza, segno di vita e non la spaventava.
Ma le sarebbe piaciuto che assieme al corpo senza vita trovassero riposo nella terra gli oggetti, almeno i più cari, appartenuti al vivo, che restassero come prova della loro dignità e della loro fratellanza.
               Questa punta di agro era però stemperata dal pensiero del reimpiego. Il reimpiego la confortava. Il riuso, una nuova destinazione, l’invenzione di una utilizzazione diversa l’avevano sempre consolata e commossa persino: il reimpiego era vita.
              E come un fantasma incuriosito si aggirava tra banchi e banchetti e tra gli oggetti esposti nella polvere e nel disordine; e guardava alla sua vita attraverso i resti che ne sarebbero rimasti. Eccoli lì: la sua vecchia racchetta, la chitarra nel suo fodero, le lane colorate, le scarpette da tip tap; e le sembrava quasi di vederli passare di mano, scrutava il luccichio di interesse negli occhi degli avventori e assisteva a vivaci contrattazioni attorno alla serie di barattoli di alluminio una volta di sua madre -ma che ricordava di aver visto nella cucina di sua nonna- o intorno alla sua vecchia borsa in cuoio degli anni settanta. 
         Ogni tanto avvertiva una stretta al cuore e stringeva più forte la mano del marito. Accadeva quando le sembrava di riconoscere i suoi libri, perché i suoi libri erano gran parte di lei e la lei che era stata e che voleva tornare ad essere era nei suoi libri. Nei libri a quel tempo Q. aveva cercato se stessa, i libri le riconsegnavano al mattino le prime tracce della sua identità. Loro erano i suoi testimoni e i suoi garanti.
                Poi l’attimo di smarrimento passava e in lei tornava a farsi sentire la speranza, anzi la fede, nella persistenza e nella rielaborazione e trasformazione di qualunque esistente. Q. si sentì ancora pronta  a giocare il gioco degli atomoi di Democrito che mai le aveva fatto paura e che a quel tempo in alcuni momenti le era capitato di percepire quasi fisicamente.
Così, dopo quell'attimo di resistenza a cedere “la roba” come un qualsiasi Mazzarò, accettò senza turbamento il fatto innegabile che lì non c’erano solo le tante storie che le piaceva inventare e raccontare, c’era anche la sua storia. Gli atomi sono atomi- si disse -i miei e quelli dei miei dischi, quelli della mia gatta e quelli dello specchio della mia stanza, legno o carne, ferro o plastica, tutto, ma proprio tutto si riaggregherà.
               Questa idea bussò alla sua coscienza e vi suscitò una nuova curiosità.  Chissà che forme avrebbe preso la sua vecchia giacca di pelle, chissà come si sarebbe trasformata la racchetta da squash, chissà con quali altri atomi, provenienti da chissà chi e dove, si sarebbero mischiati i suoi, chissà come sarebbe stata la loro nuova vita.
      E tra sé e sé dovette convenire: sì, Porta Portese era  quanto di più vicino alla dottrina democritea lei potesse immaginare.


Sia consentito un piccolo suggerimento da parte di chi scrive: se Democrito vi fa paura lasciate stare Porta Portese, non fa per voi.
(Continua-15)