Quando cammino in strada c'è sempre accanto a me uno spazio vuoto ma circoscritto, una forma vuota che mi cammina accanto. Un involucro d'aria e d'assenza. Io la sento accanto a me, e questa forma fatta di vuoto, di aria, io la vedo con la coda dell'occhio. Come quando qualcuno ci cammina a fianco e noi pur guardando davanti o voltandoci dall'altro lato a guardare una vetrina, una macchina, un passante, continuiamo a vederla, a sentirla presente accanto a noi, ne sentiamo il passo, ne percepiamo il respiro.
La persona che camminava al mio fianco non c'è più, ma la forma vuota continua a camminare accanto a me. Capita che mi sfiori una mano, che mi tocchi leggermente una spalla, che si accosti o discosti dal mio fianco, proprio come una volta colui che mi camminava accanto. Io non la percepisco come compagnia, conforto, sostegno, ma come assenza: è una forma fatta di assenza, di mancanza. E questa assenza mi cammina accanto e io vado, noi andiamo, la mancanza ed io, l'assenza ed io, nelle strade. Nessuno può vedere un'assenza e infatti nessuno la vede e quando mi salutano, salutano me, me sola e non sanno di salutare anche l'assenza.
venerdì 14 giugno 2013
mercoledì 12 giugno 2013
martedì 11 giugno 2013
poesia dal web
Il regno, una poesia di Stefania Stravato
viaggio luoghi dissepolti dalla pioggia
risalenti le ossa fino a questo liquido di rossosangue
lasciami andare
lasciami morire di un'antica sete in bocca
tutte le notti che posso ricordare come si stende
un regno perduto tra le dita
e prova a dirmelo anche adesso che potrebbe essere domani
baciarsi a lungo gli occhi e farsi male
solo un istante irrinunciabile
di confine e fiume.
Come nuvola m'aggiro, una poesia di ventisquera
Battito d'ali candide nell'aria pura e levigata
s'aggira una nuvola nel vento
stupita
il suo destino lo conosco
mi assomiglia, presto nell'azzurro
si sarà sfaldata
nessuna orma resterà a ricordare
quel suo lieve, soffice passare.
Come nuvola m'aggiro, una poesia di ventisquera
Battito d'ali candide nell'aria pura e levigata
s'aggira una nuvola nel vento
stupita
il suo destino lo conosco
mi assomiglia, presto nell'azzurro
si sarà sfaldata
nessuna orma resterà a ricordare
quel suo lieve, soffice passare.
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lunedì 10 giugno 2013
sguardo
Nuvole scivolano sul fondale del cielo
resta un sorriso da gioconda
e un trapassato remoto
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mercoledì 5 giugno 2013
Twitter e volgarità: censura, autocensura o ipocrisia?
Farò solo due esempi: cazzo e stronzo.
Su Twitter possiamo trovarli scritti proprio così, come lingua comanda, oppure così:
Cxxxo, stxxxxo.
(Incidentalmente la nostra grammatica (vedi Serianni) ci consentirebbe di scriverli anche così: c.zo e st.zo Risparmieremmo 1 carattere nel primo caso e 2 nel secondo. E questo può fare comodo in un tweet).
Perché dunque quelle x? Forse le regole dei gestori di Twitter vietano l'uso di queste parole? Da certi tweet di assoluta e fantasiosa volgarità si direbbe di no.
Dunque ci si autocensura...a metà.
La parola infatti resta perfettamente comprensibile. Chi usa quelle x sembra voler dire che considera volgare quella parola, che urta la sua sensibilità, ma che la usa,camuffandola, perché proprio non se ne può fare a meno.
Invece se ne può fare a meno. E camuffare così quelle parole si chiama ipocrisia.
Perciò, se vi fanno inorridire non usatele, se invece ne avete voglia usatele liberamente, cazzo!
domenica 2 giugno 2013
il sassodolore
Il dolore che porto in tasca
-sasso pesante-
non si sa dove posarlo
Non si può dire a nessuno
-tienilo per un po'
per un'ora di rifiato-
Il sasso che porto in tasca
non si sgretola al tempo
È inscalfibile
Più inscalfibile del sassodolore
c'è solo un reticolo di atomi di carbonio
-il diamante-
Ma il peso dei diamanti
si misura in carati
il peso del sassodolore
in chili
quintali
tonnellate
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cena
Sul vassoio la mela
-rossa
-rossa
il mezzo bicchiere di vino
-chiaro
-chiaro
il passato di verdure
-fresche di stagione.
La lampadina è incerta
trema
trema
la luce viene e va
le foto scompaiono e appaiono
giocano a nascondersi
mostrano e celano i loro sorrisi
di un tempo
ormai alle spalle dei vivi
di un tempo
ormai alle spalle dei vivi
Ci sono sorrisi
cui è impossibile rispondere
e foto a colori
che allo sguardo sono antiche
come fossero in bianco e nero
-foto ormai bugiarde
-foto ormai bugiarde
Bisogna guardare il fondo
della scodella
ostinatamente
perché le foto non irrompano
nella fragile realtá
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giovedì 30 maggio 2013
fiumi d'amore
L'onda naviga sull'onda
il desiderio sul desiderio
verso la confluenza.
Due fiumi scorrono accanto
-come il Rio Negro e il Vaupés-
Per differente temperatura e densità
ancora le acque non si confondono
ma il Rio Negro delle chiome di lei
e il lucore Vaupés degli occhi di lui
trovano piano l'armonia di un solo corpo
rotolano con la forza inarrestabile
che natura impera
verso l'amalgama di un desiderio solo
una sola corrente
e confluiscono
non più divisibili
nel grande Rio delle Amazzoni
gloria di quel paese che ha nome
passione.
m.p.
il desiderio sul desiderio
verso la confluenza.
Due fiumi scorrono accanto
-come il Rio Negro e il Vaupés-
Per differente temperatura e densità
ancora le acque non si confondono
ma il Rio Negro delle chiome di lei
e il lucore Vaupés degli occhi di lui
trovano piano l'armonia di un solo corpo
rotolano con la forza inarrestabile
che natura impera
verso l'amalgama di un desiderio solo
una sola corrente
e confluiscono
non più divisibili
nel grande Rio delle Amazzoni
gloria di quel paese che ha nome
passione.
m.p.
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lunedì 27 maggio 2013
In fuga
Indietreggi sulla sabbia
Goffa spaventata
Cuore minuto d'uccello
Le tracce
Vorresti cancellare le tracce
Ma la rena
Ah la rena
Non concede il respiro della dimenticanza
Nascondimento
Fiato
La rena conserva le impronte
La rena è nemica
Segugi di anime
Ti seguiranno sulla rena
Sulla rena
Sciogliere il corpo come i pensieri
Lavarsi di dosso
I fiati amorosi
Ancora un passo
Un passo in indietreggiamento
E il mare finalmente
Ti scompiglia la veste
La strappa
Ti stringe nuda
In pura libertà
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Marina Mariani, una poesia
Le vecchie sulle panchine
d'estate
sono tutte pettinate lavate stirate
Tengono dritta in grembo
la borsetta nera con la cerniera
emblema di rispettabilità.
Parlano, chi lo sa:
le figlie che stanno al mare
il figlio che a ferragosto le porterà al paese.
Un autobus con lo sbuffo nero
ombra la camicetta
la pelle trasparente
i capelli bianchi raccolti
Sospirano: che croce la città.
Se volete sentire la poesia letta dalla bella voce pastosa dell'autrice, la trovate sul sito di Fahrenheit-Rai3
d'estate
sono tutte pettinate lavate stirate
Tengono dritta in grembo
la borsetta nera con la cerniera
emblema di rispettabilità.
Parlano, chi lo sa:
le figlie che stanno al mare
il figlio che a ferragosto le porterà al paese.
Un autobus con lo sbuffo nero
ombra la camicetta
la pelle trasparente
i capelli bianchi raccolti
Sospirano: che croce la città.
Se volete sentire la poesia letta dalla bella voce pastosa dell'autrice, la trovate sul sito di Fahrenheit-Rai3
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sabato 25 maggio 2013
amore
Come si dice dolore nella tua lingua?
In tutte le lingue del mondo dolore si dice amore.
In tutte le lingue del mondo dolore si dice amore.
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mercoledì 22 maggio 2013
solo bagagli a mano
Quando te ne sei andato
sono venuta con te
Qui è rimasta una donna che non conosco
che non hai conosciuta
Quando me ne sono andata
non ho messo il cartello "Torno subito"
non ho detto a nessuno che stavo andando.
Così, nessuno sa che sono andata
per non tornare
Ci piaceva viaggiare leggeri
- solo bagagli a mano-
Vedi? io sono vuota
più leggera di così...
sono venuta con te
Qui è rimasta una donna che non conosco
che non hai conosciuta
Quando me ne sono andata
non ho messo il cartello "Torno subito"
non ho detto a nessuno che stavo andando.
Così, nessuno sa che sono andata
per non tornare
Ci piaceva viaggiare leggeri
- solo bagagli a mano-
Vedi? io sono vuota
più leggera di così...
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martedì 21 maggio 2013
Amata
Le tue nuvole non sono nuvole
sono strappi nel cielo e nell'anima
Ma -vedi?- io accolgo la tua pioggia beffarda
come ogni altra cosa di te
mia ineguagliabile città
-un dono-
Se oggi la tua bellezza, offesa,
tocca il mio cuore dolorosamente
l'amore, quello, è intatto.
Inviato da m.p. via iPhone
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domenica 19 maggio 2013
domanda
Se salta il contatore
interviene il salvavita.
E se salta la vita?
interviene il salvavita.
E se salta la vita?
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sabato 18 maggio 2013
se
E se dovessi scegliere
un giorno solo
che contenesse intera la tua vita?
sarebbe una notte
infinita.
un giorno solo
che contenesse intera la tua vita?
sarebbe una notte
infinita.
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venerdì 17 maggio 2013
resti
Perduto il blu cobalto che resta?
L'impercettibile differenza tra la domenica e il martedì
e le pagine bianche,
analfabetismo di ritorno
L'impercettibile differenza tra la domenica e il martedì
e le pagine bianche,
analfabetismo di ritorno
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giovedì 16 maggio 2013
verso una nuova twittavventura
Nasce il sito Twitteratura, e per prima cosa i suoi ideatori ci rassicurano:
"La “twitteratura” non esiste.
Esiste invece la possibilità di divulgare grandi contenuti sfruttando le potenzialità di twitter e della letteratura: immediatezza, rapidità, sintesi."
La prossima sfida sono gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini. Si parte il 10 giugno. Chi vuole può aggregarsi...
Qui tutti i particolari
Qui tutti i particolari
martedì 14 maggio 2013
occhio al contesto
L’affascinante
progetto #scritturebrevi indaga l’efficacia della comunicazione scritta e le
circostanze in cui le si richiede insieme “economicità e comprensibilità”
inequivoca.
Può
succedere che nel tempo il messaggio cambi ma l’abbreviazione usata resti la
stessa.
Su
Twitter DM lo leggeremo Messaggio Diretto; in una epigrafe latina Diis Manibus;
sulla Gazzetta Ufficiale Decreto Ministeriale.
Perciò...occhio
al contesto
sabato 11 maggio 2013
Verso la notte
Tiro a me la coltre del dolore
a coprirmi capo e spalle
e mi rannicchio
come un neonato
le ginocchia strette al petto
Il lamento non si fa suono.
Verso la notte precipita il mio corpo
e sprofonda nel buio di me
e di te e del noi
che non esiste più.
a coprirmi capo e spalle
e mi rannicchio
come un neonato
le ginocchia strette al petto
Il lamento non si fa suono.
Verso la notte precipita il mio corpo
e sprofonda nel buio di me
e di te e del noi
che non esiste più.
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giovedì 25 aprile 2013
per l'hashtag #PuraFollia di Twitter
Sperdimento soccorrimi
portami nell'oscuro
abbracciami follia
Lieto il soccombere
nel non sapere d'essere
sostienimi follia
Perdersi non è perdermi
perderti è perdermi!
tu salvami follia
e dunque e dunque
la crudeltà ora spazia
invadimi follia
(rispettati i 140 caratteri)
portami nell'oscuro
abbracciami follia
Lieto il soccombere
nel non sapere d'essere
sostienimi follia
Perdersi non è perdermi
perderti è perdermi!
tu salvami follia
e dunque e dunque
la crudeltà ora spazia
invadimi follia
(rispettati i 140 caratteri)
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domenica 21 aprile 2013
Similia
Hai bussato al Regno Animale
Su per li rami della tassonomia.
Al Regno Vegetale
Hai fatto appello:
Tutto l'erbario
Sciorinato ai tuoi occhi.
No, nessun compagno per te.
Da quelle carni pulsanti
Troppo dissimile la tua materia.
È stato il gesso sordo
La vena dura del tungsteno
Il calcare disgregato dal vento
Gli spigoli vivi delle brecce
Il peso ferrigno
Che t'hanno fatto specchio.
m.p.
Su per li rami della tassonomia.
Al Regno Vegetale
Hai fatto appello:
Tutto l'erbario
Sciorinato ai tuoi occhi.
No, nessun compagno per te.
Da quelle carni pulsanti
Troppo dissimile la tua materia.
È stato il gesso sordo
La vena dura del tungsteno
Il calcare disgregato dal vento
Gli spigoli vivi delle brecce
Il peso ferrigno
Che t'hanno fatto specchio.
m.p.
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sabato 6 aprile 2013
lunedì 1 aprile 2013
comunicazioni di servizio
Ciao Enzo, non riesco ad entrare nel tuo blog Omologazione non richiesta. Poiché so benissimo che non è intenzionale...provvedi ;-)
Non riesco a commentare sul blog di Romina: Wordpress non mi riconosce e neanche mi invia una nuova password. Boh
Da Willyco non si commenta. Perché?
Non riesco a commentare sul blog di Romina: Wordpress non mi riconosce e neanche mi invia una nuova password. Boh
Da Willyco non si commenta. Perché?
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sabato 30 marzo 2013
la Pulce e il Titano
Il
mio post Riflessioni sul progetto Leucò ha inopinatamente attirato l’attenzione
di uno degli ideatori del progetto stesso, Paolo Costa, che ha dato risposta
alla mia domanda circa il diritto di “fare a pezzi” un testo e nello specifico
il testo di Cesare Pavese.
Il
suo post risponde in modo chiaro e cristallino- e dotto- al mio. Benché
io mi senta, di fronte a lui, come una Pulce di fronte ad un Titano, provo ad
aggiungere qualche ulteriore riflessione suscitatami dal suo intervento.
L’idea
della lettura di un testo come un lavoro di scomposizione e ricomposizione mi
affascina. La lezione, ci spiega Costa, è quella di Roland Barthes. È bello
pensare di instaurare con il testo un rapporto di amore così libero, e persino
capriccioso, da consentire ogni gesto. E nessuno è violazione né profanazione.
Gli
altri possibili approcci ad un testo, ci insegna Paolo Costa, sono:
-filologico
(lavoro di ricostruzione alla ricerca della genesi del testo, rimandi e debiti ecc)
-strutturalista
(che considera il testo come un sistema organico)
-decostruzionista
(che invece lo considera come una creazione ipertrofica, dotata di un senso
straripante)
Dichiaro
subito che il filologico non può riguardarmi giacché richiede una competenza
specifica e così pure il decostruzionista.
Tendenzialmente
mi accosto al testo immaginandolo come un sistema organizzato. Debbo per questo
definirmi strutturalista? Francamente non lo so.
Se
penso ai Dialoghi di Leucò, osservo che Pavese ne organizzò e riorganizzò più
volte gli elementi, stabilendo in che ordine andassero collocati “i
dialoghetti”; anteponendoli o posponendoli più volte in diversi indici e sistemando il
suo materiale secondo temi, nuclei di significato, cui dette nomi diversi, tutti
suggestivi di interpretazioni.
Faccio
un solo esempio: I due e La madre.
In un primo indice questi sono al primo e secondo posto. Accanto a I due il
tema suggerito è "infanzia tragica", mentre per La Madre il tema è "infanzia
salvezza". È stata questa doppia visione dell’infanzia che mi ha colpita.
In un secondo
indice i due dialoghetti sono ancora accanto e il tema suggerito è "tristezza
umana"; riappaiono poi in un nuovo
elenco, sempre insieme, sotto il tema "tragedia di uomini schiacciati dal
destino". Anche nella edizione definitiva, i due dialoghi sono accostati, in un indice ancora diverso.
Mi sembra di poter dire che i due dialoghetti
fossero legati nella mente di Pavese da una affinità, se non da un vincolo.
Dunque
Pavese cercava e infine ha trovato una struttura organizzata per il suo testo.
Il problema di cui stiamo parlando ovviamente non è se il testo sia stato
pensato come struttura ma come dobbiamo trattarlo noi.
Né
il fatto che sia stato pensato come struttura organizzata dal suo autore
significa che io lettrice debba considerare questa struttura come intangibile e
a rischio di crollo e perdita di significato, se solo mi azzardo a leggere il
testo liberamente, nell’ordine che più mi piaccia e a cercarvi i miei temi, i
miei significati. Che è poi quello che facciamo sempre, ogni volta che leggiamo
un testo.
E
allora ‘sto confronto Pulce vs Titano dov’è? Forse nel mio desiderio di restare
vicina all’autore –specie se amato- di rispettarne la volontà e nel disagio che provo quando mi sembra di
infrangere, alle sue spalle, la sua costruzione, quasi di voltarle le spalle,
di respingerla. Sono dunque portatrice proprio di una forma ingenua e
sentimentale di strutturalismo? Non so rispondere neanche a questa domanda, mi
dispiace. La risposta-e il giudizio-la lascio a Paolo Costa.
Quello che posso
dire è che io sono solo una lettrice che si innamora, letteralmente, non solo
dei libri ma anche degli autori che sente vicini, che risuonano-e talvolta
rimbombano-dentro di sé. È forse questo legame che sento in pericolo? Ancora
una volta non so rispondere. E infatti nel mio trascurabile post io esprimo
solo dubbi e disagio, non sostengo, né potrei, una posizione, né pratica né
teorica.
Quanto
alla dimensione collettiva della lettura attuata su Twitter, mi ha coinvolta,
entusiasmata, occupata proprio, e la considero un esperimento ben più che
meritevole. Come dice Paolo Costa il vincolo dei 140 caratteri spinge ad una
sintesi che estrae di necessità l’essenziale. E penso che l’esperimento sia da
ripetere su altri testi, proprio per il coinvolgimento e l’appassionato sforzo
di estrarre il massimo di significati dal testo che è capace di suscitare. E
per la libertà lasciata ai lettori e che i lettori si prendono.
Quanto
alla loro definizione temo che anche quella di “dilettante militante” mi stia
un po’ larga. ;-)
Una
Pulce con così tanti dubbi forse è meglio definibile come "esploratrice dilettante".
giovedì 28 marzo 2013
per un'amica
Per un'amica. Padri diversi, uno stesso dolore.
Al padre
Per me, padre tu fosti.
Anche se per unanime voce
Di noi non ti curasti.
Eri questo per me:
Presenza al mondo.
Non chiesi mai di più
Il tuo amore paterno non misi mai alla prova
Forse per tema di vederti offuscare lo sguardo.
Eppure il manto ampio della tua forza, padre,
Mi ricopriva il mondo
E affrontarlo ho potuto solo perché tu eri.
Per questo la tua morte mi naufragò
Quando si ruppe la rete tenace con cui mi proteggevi la vita.
sabato 23 marzo 2013
per un'amica
Vorrei poterti rispondere, ma non voglio forzare la tua discrezione. La mia mail è sempre la stessa: emmepi43@mclink.it (ma non devi entrare per forza in un dialogo). Ti sono vicina e ti abbraccio forte.
io sono qui, marina
senza titolo
La Pietà di Michelangelo
Non sono cristiana. La mia fede è terrena. Sono una credente nella creatura umana. Come Bobbio, anch'io vivo nel mistero.
P.S.Chiedo perdono ai miei superstiti lettori se il mio pensiero e la mia penna girano ormai sempre intorno agli stessi temi. Ma sono quelli che mi occupano in questo periodo.
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lutto,
per l'occhio e per l'orecchio
commenti amici a Leucò
Se ne arriveranno altri li aggiungerò.
ENZO RASI
Marina ai dialoghi ci arrivai agli inizi degli anni 70 partendo da una canzone di De Gregori (Alice); mi colpirono lasciandomi uno strascico esistenziale mai risolto.
Non so dirti se hai/ avete fatto male ad affrontare una vivisezione amorosa di quest'opera posso dirti che sarebbe opportuno dare l'immagine di un uomo che svolse il mestiere di scrivere con una caparbietà assoluta, forse per dimenticare quanto difficile fosse invece il mestiere di vivere. L'argomento "divulgazione" sui social network mi pare più interessante per quanto io sia veramente alieno ( lo avrai capito) a questo tipo di ambienti; se questo è stato ottenuto questo è cosa buona. Ma per quanto? Tengo Pavese gelosamente per me, non ne ho mai dialogato con nessuno...e forse sbaglio.
GUISITO
Ho amato Pavese alla follia quando avevo 20 anni; ho letto tutti i suoi romanzi, il diario e le poesie e anche la biografia scritta da Davide Lajolo "Il vizio assurdo". Ora, di tanto in tanto, ne leggo qualche pagina. "I dialoghi con Laucò" è quello che mi è piaciuto di meno, non l'ho più riletto e non ne ricordo nulla; ma, dopo questo tuo post, lo rileggerò con più attenzione.
Un saluto cordiale.
ENZO RASI
Marina ai dialoghi ci arrivai agli inizi degli anni 70 partendo da una canzone di De Gregori (Alice); mi colpirono lasciandomi uno strascico esistenziale mai risolto.
Non so dirti se hai/ avete fatto male ad affrontare una vivisezione amorosa di quest'opera posso dirti che sarebbe opportuno dare l'immagine di un uomo che svolse il mestiere di scrivere con una caparbietà assoluta, forse per dimenticare quanto difficile fosse invece il mestiere di vivere. L'argomento "divulgazione" sui social network mi pare più interessante per quanto io sia veramente alieno ( lo avrai capito) a questo tipo di ambienti; se questo è stato ottenuto questo è cosa buona. Ma per quanto? Tengo Pavese gelosamente per me, non ne ho mai dialogato con nessuno...e forse sbaglio.
GUISITO
Ho amato Pavese alla follia quando avevo 20 anni; ho letto tutti i suoi romanzi, il diario e le poesie e anche la biografia scritta da Davide Lajolo "Il vizio assurdo". Ora, di tanto in tanto, ne leggo qualche pagina. "I dialoghi con Laucò" è quello che mi è piaciuto di meno, non l'ho più riletto e non ne ricordo nulla; ma, dopo questo tuo post, lo rileggerò con più attenzione.
Un saluto cordiale.
venerdì 22 marzo 2013
Riflessioni sul progetto Leucò
Il Progetto Leucò della Fondazione Cesare Pavese (di cui ho parlato qui) è ormai in fase di conclusione. Dei 27 "dialoghetti", come li chiama Pavese ne "Il mestiere di vivere", siamo arrivati al 23esimo. Non parlerò dell'opera: chi la conosce non ha certo bisogno di un mio commento e chi non la conosce l'accosterà meglio con occhio vergine. Del resto-ed è sempre Cesare Pavese a dirlo-"non conta l'intenzione sua [dello scrittore] ma quello che [nell'opera] ci vedo io, lettore."
Le mie riflessioni non sono ancora un bilancio ma una serie abbastanza disordinata di pensieri.
Quelli più personali, riguardanti il modo in cui ho vissuto questa esperienza- così come quelli sulla comunità-Leucò - perché infatti si è creata una vera e propria comunità- li rimando ad un altro momento.
Qui voglio scrivere solo alcune notazioni -a valle- sul progetto stesso e sul suo significato.
Mi sono chiesta se avessimo il diritto di stravolgere l'opera di Pavese, di frammentarla, di invertirne l'andamento, di dilatarne o restringerne il senso, di inframmezzarla con le nostre divagazioni, di "scherzarla" o di caricarla di tanti pesi, di violarla in fin dei conti.
Ebbene penso che il rispondere di sì sia condizionato al raggiungimento del fine di una tale operazione.
E dunque il fine. La Fondazione ne indica almeno quattro
“Leggere i dialoghi prendendosi il tempo di riflettere, scegliere i nuclei simbolici
che colpiscono la nostra sensibilità” [@ExLibris2012]
“Mi intriga la possibilità di un uso divulgativo dei social network” [@ineziessenziali]
“Riscrivi, rivisiti, rivedi, vanifichi, risenti, vivifichi: #Leucò” [@Kugpeter]
“Mi intriga la possibilità di un uso divulgativo dei social network” [@ineziessenziali]
“Riscrivi, rivisiti, rivedi, vanifichi, risenti, vivifichi: #Leucò” [@Kugpeter]
“Per me #Leucò è stimolo giornaliero, straordinario esperimento di mesh tra culture alte e basse. Letteralmente popolare” [@giusambr]
La scommessa su un uso divulgativo del social network Twitter, in particolare per la letteratura, è una mia vecchia speranza, quasi una mania. Mi sembra che la scommessa sia stata vinta. Tantissimi utenti Twitter hanno comprato il libro, lo stanno leggendo, ci stanno riflettendo su. Persone che non hanno mai letto Pavese dichiarano di averlo scoperto e di volerne leggere altre opere. Questa è divulgazione e non da quattro soldi.
Anche l'esperimento di mesh (io lo traduco "intreccio" e confesso che avrei preferito un vocabolo italiano) tra culture alte e basse mi sembra ampiamente realizzato. Qualcuno di noi-io stessa- ha esagerato nel basso ma qualcun altro ha provveduto a riscattarlo con un alto molto alto.
La riflessione, la libera scelta di nuclei simbolici che risvegliano la nostra sensibilità si è dispiegata ininterrottamente, un po' morsa da quei 140 caratteri, ma comunque non sconfitta.
E sì, si è riscritto, rivisitato, rivisto, risentito, anche vivificato un'opera che, benché fondamentale, era un po' trascurata, come il suo autore forse. Il "vanificare" invece non l'ho capito e dunque lo lascio impregiudicato.
I quattro fini dunque sono stati, sia pure in misure diverse, raggiunti.
Resta però per me una domanda più vasta, un interrogativo più globale. Che cosa accade di un libro, di un'opera letteraria quando è sottoposta a questo tipo di trattamento?
Che cosa è diventato I dialoghi di Leucò per coloro che lo lessero e lo amarono?
Quanto a me: io lessi Leucò nel 1960, come lettura privata (lettura poco omogenea al clima dell'epoca. Del resto la mancanza di omogeneità è roba mia). I dialoghi erano stati scritti quasi un decennio prima.
Li rilessi all'università qualche anno dopo, credo nel 1966, come lettura per un esame. Li amai. Eppure me ne restò l'idea di un libro fascinoso, ma cui sentivo di dover tornare, per capirlo meglio. Avevo del resto poco più di vent'anni. Ma salutavo anche un libro misteriosamente vicino a qualche mia parte intima, a qualche cosa che agitava e sommuoveva il mio spirito.
E oggi, che cosa è oggi per me I dialoghi con Leucò? Dopo averli letti, riletti, analizzati, studiati, chiosati, commentati, tagliuzzati; (ormai ne so interi brani a memoria); dopo essermi lasciata andare a rimandi- fantasiosi, spericolati, audaci oppure incerti, cauti, tremebondi; dopo aver letto i suggerimenti degli altri ri-scrittori, i loro commenti, le loro visioni; dopo aver seguito le linee di analisi suggerite dai diversi Titani (i lettori incaricati di dare il via alla riscrittura con stimoli interpretativi); dopo tutto questo qual è il mio rapporto con I dialoghi con Leucò? Li amo di più, li amo meglio? Ne comprendo più a fondo il significato? Ne apprezzo di più la bellezza?
Non posso dire di amarli di più ma certo di amarli meglio, con maggiore consapevolezza. Il loro significato è più chiaro, sebbene resti complesso e vi permanga una vena di mistero che fa parte del loro fascino; la loro bellezza è tornata ad investirmi e ne riconosco l'origine: risiede proprio in quel qualcosa che già a vent'anni mi vibrava dentro: il senso del destino che incombe su di noi; la solitudine; il bisogno di una libertà sottratta a forze tanto lontane quanto imperscrutabili; il cono d'ombra della morte; e la bellezza delle nostre patrie sentimentali, il loro significato denso, colloquiante, mitico sì; e l'amore e il dolore. E il bisogno di dire, di parlare, di scrivere. Troppe cose allora e confuse; le stesse oggi, ma ormai aperte, squadernate sotto il mio sguardo reso più penetrante e consapevole dalla mia età ormai avanzata.
E dunque? E dunque... qualcosa mi rosicchia dentro, un piccolo tarlo di scontento e quasi un'ombra di senso di colpa.
Benché io abbia letto il libro in ogni direzione: in avanti - dialogo dopo dialogo- e tornando indietro, legando, allacciando, rimandando dialogo a dialogo, cercandone una ricomposizione in un discorso compatto e concluso; malgrado questo lavoro fatto per coglierne l'unitarietà, il libro è ormai frantumato, non me ne resta un precipitato chiaro e cristallino, non una voce chiara e univoca.
Non riesco più a pensarlo come un'opera unica e compatta. Non È "I dialoghi con Leucò", SONO i dialoghi con Leucò.
E tutto questo andare dietro e ripercorrere i passi di Pavese-cui mi sono, ci siamo abbandonati- ora mi scontenta. Tanto più che, da sempre, penso che l'opera vada separata dall'aura del suo autore-vita, fatti e misfatti- letta invece e goduta per sé sola, conservando tutto l'interesse o la curiosità per l'artista che l'ha creata ad altri momenti, in totale separatezza.
Sì, tanti risultati positivi sono stati raggiunti, ma il libro ne ha fatto le spese. La mia vecchissima copia è ormai mal ridotta, rischia di dividersi in fascicoli. La farò rilegare e così la ricomporrò. Ma l'opera? Come farò a ricomporla? E, soprattutto, avevo il diritto di farla a pezzi?
Chissà quale sarebbe la risposta di Pavese. Forse-spero-con un'alzata di spalle liquiderebbe la questione.
(A parte). Le dinamiche del e nel gruppo di ri-scrittori e le mie proprie sensazioni e sentimenti, arriveranno poi. Sì, ho deciso di annoiarvi ancora un po'.
giovedì 21 marzo 2013
Giornata mondiale della poesia
ma di mill'anni portano il dolore
Cina-Anonimo-I sec. d.C.
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poesia
sabato 16 marzo 2013
martedì 5 marzo 2013
lamento di Calypso in quattro tempi
All'interno del progetto Leucò Per il dialogo 16 "L'isola" in cui parlano Calypso e Odisseo che si appresta ad abbandonarla ho scritto questi pochi versi divisi in unità di 140 caratteri, secondo il vincolo di Twitter
Lamento di Calypso in quattro tempi
Mi laverò del tuo odore
nel mare scioglierò le nostre notti
sarai"Nessuno"per me
tornerò Dea se così male fa esser donna
E tu amore
cadimi dall’anima in un momento solo
non disfarti lento
come il bianco calcare
E morte sia di schianto
Ti chiameranno eroe
e me ladra di tempo
ma certo non a forza
io disserrai i tuoi denti
baci ne desti profondi e lenti
Dei che destinata
m’avete all’abbandono
in un silenzio eterno sprofonderò
come voi stessi nel tempo affonderete
Lamento di Calypso in quattro tempi
Mi laverò del tuo odore
nel mare scioglierò le nostre notti
sarai"Nessuno"per me
tornerò Dea se così male fa esser donna
E tu amore
cadimi dall’anima in un momento solo
non disfarti lento
come il bianco calcare
E morte sia di schianto
Ti chiameranno eroe
e me ladra di tempo
ma certo non a forza
io disserrai i tuoi denti
baci ne desti profondi e lenti
Dei che destinata
m’avete all’abbandono
in un silenzio eterno sprofonderò
come voi stessi nel tempo affonderete
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versi e versetti
sabato 16 febbraio 2013
amica all'infinito
| È morta Marina Mariani, poeta 1928-2013 I miei amici non mi cercano, non m'invitano a pranzo, non mi telefonano mai; non mi mandano auguri per Natale ma sono miei amici. Non mi fanno regali, non m'aiutano a vivere con raccomandazioni o altre cose; ma mi aiutano a vivere perché sono miei amici. Noi non c'incontriamo in piscina, non combiniamo le vacanze insieme, non facciamo progetti di lavoro. Non ci portiamo scambievolmente le sigarette né la busta del latte quando l'altro è ammalato; n on ci raccontiamo i reumi e le tasse. Non ci facciamo carezze d'amore né di solidarietà né di pietà. Pure - bisogna dar credito al prodigio; e la geometria non è favola - le nostre esistenze parallele s'incontrano in un punto all'infinito. |
venerdì 8 febbraio 2013
il cattedratico
Per questa augusta città, precipitato di ogni umana gagliofferia ma che amo con ogni goccia del mio sangue, potrei farmi tagliare a pezzettini. E non dubito che anche lei ami me. Anche se ogni giorno mi flagella un po'. Ma ogni giorno anche io la insulto abbondantemente e la minaccio di fuoco e di fiamme.
Il fatto è che siamo uguali. I suoi difetti sono i miei difetti, le sue virtù le mie virtù.
Cosicché conviviamo, io in lei, lei in me, benevolmente ostili, come amorosi antagonisti, complici insomma in gagliofferia. Per più di sei anni, in due periodi distinti della mia vita, io ho vissuto all'estero. E, benché io non sia mai stata homesick, la verità vera è che ho potuto farlo perché sapevo che non era per sempre, perché la mia "missione" aveva una data di ritorno già fissata sulla carta. Perché sapevo che sarei tornata a posare lo sguardo sulla maltrattata bellezza della mia città e che la sua umanità sublime e cialtrona sarebbe tornata ad accogliermi. Tutte le ragioni che i cittadini, i visitatori, i temporanei o definitivi ospiti, invocano per amarla -giustificate o no che siano - stanno per me lì, come trascurabili dichiarazioni di principio. Io ne ho una tutta mia. Ed è ben distinta dall'amore. È lucida e piatta e meditata e trova conferma ad ogni successiva riflessione: questa non è propriamente una città ma una cattedra di Filosofia. E tiene quotidianamente la sua lezione sul Tempo.
Il fatto è che siamo uguali. I suoi difetti sono i miei difetti, le sue virtù le mie virtù.
Cosicché conviviamo, io in lei, lei in me, benevolmente ostili, come amorosi antagonisti, complici insomma in gagliofferia. Per più di sei anni, in due periodi distinti della mia vita, io ho vissuto all'estero. E, benché io non sia mai stata homesick, la verità vera è che ho potuto farlo perché sapevo che non era per sempre, perché la mia "missione" aveva una data di ritorno già fissata sulla carta. Perché sapevo che sarei tornata a posare lo sguardo sulla maltrattata bellezza della mia città e che la sua umanità sublime e cialtrona sarebbe tornata ad accogliermi. Tutte le ragioni che i cittadini, i visitatori, i temporanei o definitivi ospiti, invocano per amarla -giustificate o no che siano - stanno per me lì, come trascurabili dichiarazioni di principio. Io ne ho una tutta mia. Ed è ben distinta dall'amore. È lucida e piatta e meditata e trova conferma ad ogni successiva riflessione: questa non è propriamente una città ma una cattedra di Filosofia. E tiene quotidianamente la sua lezione sul Tempo.
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la città
si tratta dell'io di tutti noi
"Ridevo segretamente. Lo humor era già per me quel che sarebbe rimasto per tutta la vita: un aiuto necessario, il più efficace di tutti. Più tardi, molto più tardi, in televisione e in mezzo alla gente, i paladini della serietà mi hanno chiesto insistentemente:
"Perché raccontate sempre delle storie che vi danneggiano, Romain Gary?"
"Ma non si tratta solo di me, si tratta dell'io di tutti noi. Del povero, piccolo regno dell'Io, così comico, con la sala del trono e il recinto fortificato."
"Perché raccontate sempre delle storie che vi danneggiano, Romain Gary?"
"Ma non si tratta solo di me, si tratta dell'io di tutti noi. Del povero, piccolo regno dell'Io, così comico, con la sala del trono e il recinto fortificato."
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citazioni
disinvoltura
Le persone disinvolte, con le loro voci distese, le mani asciutte, gli sguardi fermi. Le persone disinvolte, con i sorrisi franchi e la parlata leggera; le persone disinvolte, che sembrano ovunque in casa loro, attente ma tranquille, le persone disinvolte.
Forse anche io sono una persona disinvolta negli occhi di qualcuno, perché anche io mimo la cordialità leggera, la partecipazione tranquilla, la narratività senza impacci di me stessa. Persona disinvolta, senza inganno apparente, anche io.
Le persone disinvolte, con i loro corpi rilassati e le menti sgombre e fresche, le persone disinvolte come saranno davvero dentro?
Se mi somigliate, voi, persone disinvolte, che sapete quando sorridere e quando dire "prego", se mi somigliate nel fondo di voi stesse, allora io voglio stringervi la mano e complimentarmi, ammirata, con voi. Ammirata, con me.
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myricae
giovedì 31 gennaio 2013
l'enfer c'est les autres: lettura autentica di Jean Paul Sartre
Ho voluto dire "l'inferno sono gli altri". Ma "l'inferno sono gli altri" è stato sempre frainteso. Si è creduto che io volessi dire che i nostri rapporti con gli altri sono sempre avvelenati, che si tratta sempre di rapporti infernali. Invece è tutt'altro che voglio dire. Voglio dire che se i rapporti con gli altri sono contorti, viziati, allora l'altro non può che essere l'inferno. Perché? Perché, in fondo, gli altri sono ciò che vi è di più importante in noi stessi, per la nostra propria conoscenza di noi stessi. Quando noi riflettiamo su di noi, quando tentiamo di conoscerci, noi usiamo in fondo le conoscenze che gli altri hanno già su di noi, ci giudichiamo con i mezzi che gli altri hanno, ci hanno dato, di giudicarci. Qualunque cosa io dica su di me, sempre il giudizio altrui vi è presente. Qualunque cosa io senta di me, il giudizio altrui vi è presente. Il che vuol dire che, se le mie relazioni sono cattive io mi metto in una totale dipendenza degli altri e allora, sì, io sono in inferno. C'è una quantità di gente nel mondo che è in inferno perché dipende troppo dal giudizio altrui. Ma questo non vuol dire affatto che non si possano avere differenti rapporti con gli altri: questo indica solo l'importanza capitale di tutti gli altri per ciascuno di noi.
Jean Paul Sartre
J'ai voulu dire « l'enfer c'est les autres ». Mais « l'enfer c'est les autres » a été toujours mal compris. On a cru que je voulais dire par là que nos rapports avec les autres étaient toujours empoisonnés, que c'était toujours des rapports infernaux. Or, c'est tout autre chose que je veux dire. Je veux dire que si les rapports avec autrui sont tordus, viciés, alors l'autre ne peut être que l'enfer. Pourquoi ? Parce que les autres sont, au fond, ce qu'il y a de plus important en nous-mêmes, pour notre propre connaissance de nous-mêmes. Quand nous pensons sur nous, quand nous essayons de nous connaître, au fond nous usons des connaissances que les autres ont déjà sur nous, nous nous jugeons avec les moyens que les autres ont, nous ont donné, de nous juger. Quoi que je dise sur moi, toujours le jugement d'autrui entre dedans. Quoi que je sente de moi, le jugement d'autrui entre dedans. Ce qui veut dire que, si mes rapports sont mauvais, je me mets dans la totale dépendance d'autrui et alors, en effet, je suis en enfer. Et il existe une quantité de gens dans le monde qui sont en enfer parce qu ils dépendent trop du jugement d'autrui. Mais cela ne veut nullement dire qu'on ne puisse avoir d'autres rapports avec les autres, ça marque simplement l'importance capitale de tous les autres pour chacun de nous.
Jean Paul Sartre
J'ai voulu dire « l'enfer c'est les autres ». Mais « l'enfer c'est les autres » a été toujours mal compris. On a cru que je voulais dire par là que nos rapports avec les autres étaient toujours empoisonnés, que c'était toujours des rapports infernaux. Or, c'est tout autre chose que je veux dire. Je veux dire que si les rapports avec autrui sont tordus, viciés, alors l'autre ne peut être que l'enfer. Pourquoi ? Parce que les autres sont, au fond, ce qu'il y a de plus important en nous-mêmes, pour notre propre connaissance de nous-mêmes. Quand nous pensons sur nous, quand nous essayons de nous connaître, au fond nous usons des connaissances que les autres ont déjà sur nous, nous nous jugeons avec les moyens que les autres ont, nous ont donné, de nous juger. Quoi que je dise sur moi, toujours le jugement d'autrui entre dedans. Quoi que je sente de moi, le jugement d'autrui entre dedans. Ce qui veut dire que, si mes rapports sont mauvais, je me mets dans la totale dépendance d'autrui et alors, en effet, je suis en enfer. Et il existe une quantité de gens dans le monde qui sont en enfer parce qu ils dépendent trop du jugement d'autrui. Mais cela ne veut nullement dire qu'on ne puisse avoir d'autres rapports avec les autres, ça marque simplement l'importance capitale de tous les autres pour chacun de nous.
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lunedì 28 gennaio 2013
Amici "da paura"
Lo conosco da poche ore, il mio carissimo amico.
Non so come si chiami, il mio carissimo amico.
E' quasi certo che non lo rivedrò mai più, il mio carissimo amico.
Di lui non so niente tranne che mi capisce e io capisco lui.
Ci siamo compresi e poi ci siamo salutati.
Mi trascino alla posta. Per farlo mi sono dovuta strappare dalla tana, il mio letto, e trovare il coraggio di mettere piede fuori di casa. Riesco a farlo solo perché assolvo ad un dovere.
Supero col cuore che batte forte e disordinato la prova della gabbia
rotante che dà accesso all'ufficio postale. Sono il numero 98 e stanno servendo il 42.
L'ansia mi si mangia anche se non ho nient'altro da fare né della mia mattinata né in generale del mio tempo.
Mi siedo, mi allungo sulla sedia, le gambe tese di fronte a me, la testa riversa sulla spalliera.
Accanto a me siede un uomo, 40 anni, forse qualche cosa in più o forse qualche cosa in meno perché ha l' ombra di una barba non fatta che gli dà un'aria vagamente trascurata.
Lui siede piegato in avanti,
le braccia abbandonate tra le gambe.
Io guardo e riguardo il mio numeretto, si procede lentamente.
Tengo d'occhio la porta automatica che si apre e si chiude per i diversi utenti. Controllo che il meccanismo funzioni.
Un paio di volte mi trovo a fare il mio rapido controllo assieme al mio vicino.
Giriamo rapidamente la testa-lancio furtivo di un'occhiata-riportiamo la testa alla posizione di partenza. Lui ed io quasi all'unisono.
Senza parere lo osservo meglio.
Nella gelida aria condizionata, suda. Come me.
Respira in fretta, il petto gli si alza e abbassa ad un ritmo breve, accelerato.
Io invece quasi non respiro. L'aria non riempie più della metà dei miei polmoni, sbarrati da un peso opprimente.
Ogni tanto faccio un grande respiro, succhio aria come un dannato e la riemetto lentamente, soffiandola fuori a mezza bocca.
"Qui non si apre" si sente dire e la voce annoiata di un'impiegata "un attimo solo". Breve ronzio e la porta scorre e si apre.
Contemporaneamente il mio amico ed io ci raddrizziamo sulle sedie, lo sguardo non fa in tempo a guizzare
verso la porta e io sono in piedi.
Il mio amico mi segue a ruota.
Mantengo un passo normale e raggiungo la porta. Mi appoggio al muro, meno di un passo dalla
Libertá.
Lui ondeggia un po' nella terra di nessuno, poi si appoggia a una colonna, meno di due passi dalla libertá.
Come ferree sentinelle fiancheggiamo l'uscita, controllando a vista le porte.
Io so che dietro gli sportelli c'è l'uscita degli impiegati e mi tengo pronta, in caso di blocco delle porte automatiche, a passare dall'altra parte e a mettermi in salvo.
E lui, il mio carissimo amico che cosa pensa? Che via di fuga sta studiando?
Perché ormai non ho nessuno, nessunissimo dubbio che è claustrofobico come e quanto me.
E so che se ora improvvisamente e inopinatamente mi rivolgessi a lui e gli chiedessi :"soffri di claustrofobia?" lui mi risponderebbe :"sì".
Invece è lui che improvvisamente e inopinatamente si rivolge a me:"mi scusi, si sente male?"
E sono io a rispondere: "sì".
Luglio 2012
Lo rincontro in banca. Anche lì porte rotanti. Più ampie però. Buongiorno. Buongiorno. Ci salutiamo come due complici. Io sbrigo prima la mia incombenza. Nell'uscire lo saluto con un "alla prossima". Non siamo forse amici?Risponde con un sorriso.
Gennaio 2013
Non so come si chiami, il mio carissimo amico.
E' quasi certo che non lo rivedrò mai più, il mio carissimo amico.
Di lui non so niente tranne che mi capisce e io capisco lui.
Ci siamo compresi e poi ci siamo salutati.
Mi trascino alla posta. Per farlo mi sono dovuta strappare dalla tana, il mio letto, e trovare il coraggio di mettere piede fuori di casa. Riesco a farlo solo perché assolvo ad un dovere.
Supero col cuore che batte forte e disordinato la prova della gabbia
rotante che dà accesso all'ufficio postale. Sono il numero 98 e stanno servendo il 42.
L'ansia mi si mangia anche se non ho nient'altro da fare né della mia mattinata né in generale del mio tempo.
Mi siedo, mi allungo sulla sedia, le gambe tese di fronte a me, la testa riversa sulla spalliera.
Accanto a me siede un uomo, 40 anni, forse qualche cosa in più o forse qualche cosa in meno perché ha l' ombra di una barba non fatta che gli dà un'aria vagamente trascurata.
Lui siede piegato in avanti,
le braccia abbandonate tra le gambe.
Io guardo e riguardo il mio numeretto, si procede lentamente.
Tengo d'occhio la porta automatica che si apre e si chiude per i diversi utenti. Controllo che il meccanismo funzioni.
Un paio di volte mi trovo a fare il mio rapido controllo assieme al mio vicino.
Giriamo rapidamente la testa-lancio furtivo di un'occhiata-riportiamo la testa alla posizione di partenza. Lui ed io quasi all'unisono.
Senza parere lo osservo meglio.
Nella gelida aria condizionata, suda. Come me.
Respira in fretta, il petto gli si alza e abbassa ad un ritmo breve, accelerato.
Io invece quasi non respiro. L'aria non riempie più della metà dei miei polmoni, sbarrati da un peso opprimente.
Ogni tanto faccio un grande respiro, succhio aria come un dannato e la riemetto lentamente, soffiandola fuori a mezza bocca.
"Qui non si apre" si sente dire e la voce annoiata di un'impiegata "un attimo solo". Breve ronzio e la porta scorre e si apre.
Contemporaneamente il mio amico ed io ci raddrizziamo sulle sedie, lo sguardo non fa in tempo a guizzare
verso la porta e io sono in piedi.
Il mio amico mi segue a ruota.
Mantengo un passo normale e raggiungo la porta. Mi appoggio al muro, meno di un passo dalla
Libertá.
Lui ondeggia un po' nella terra di nessuno, poi si appoggia a una colonna, meno di due passi dalla libertá.
Come ferree sentinelle fiancheggiamo l'uscita, controllando a vista le porte.
Io so che dietro gli sportelli c'è l'uscita degli impiegati e mi tengo pronta, in caso di blocco delle porte automatiche, a passare dall'altra parte e a mettermi in salvo.
E lui, il mio carissimo amico che cosa pensa? Che via di fuga sta studiando?
Perché ormai non ho nessuno, nessunissimo dubbio che è claustrofobico come e quanto me.
E so che se ora improvvisamente e inopinatamente mi rivolgessi a lui e gli chiedessi :"soffri di claustrofobia?" lui mi risponderebbe :"sì".
Invece è lui che improvvisamente e inopinatamente si rivolge a me:"mi scusi, si sente male?"
E sono io a rispondere: "sì".
Luglio 2012
Lo rincontro in banca. Anche lì porte rotanti. Più ampie però. Buongiorno. Buongiorno. Ci salutiamo come due complici. Io sbrigo prima la mia incombenza. Nell'uscire lo saluto con un "alla prossima". Non siamo forse amici?Risponde con un sorriso.
Gennaio 2013
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lunedì 14 gennaio 2013
si parte con #Leucò
Per quanto possibile con le mie oscillazioni di energia vi terrò informata sullo svolgimento del progetto #Leucò su Twitter.
Ove mancassi potrete comunque seguire la lettura sul blog di Simona Scravaglieri
In linea con la mia natura contraddittoria sto riflettendo sul senso della mia attività di blogger e di conseguenza scrivo poco; in compenso vi leggo di più anche se non trovate i miei commenti.
Passo e rifletto.
ciao, marina
Ove mancassi potrete comunque seguire la lettura sul blog di Simona Scravaglieri
In linea con la mia natura contraddittoria sto riflettendo sul senso della mia attività di blogger e di conseguenza scrivo poco; in compenso vi leggo di più anche se non trovate i miei commenti.
Passo e rifletto.
ciao, marina
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mercoledì 9 gennaio 2013
(non sanno) scherzare sulle cose divine...
La fondazione Cesare Pavese lancia una sfida culturale molto interessante: usare Twitter per divulgare un'opera letteraria. Per chi non frequenta Twitter l'operazione può essere spiegata semplicemente così:
Scelta l'opera -in questo caso I dialoghi di Leucò di Cesare Pavese- ne verrà fatta una riscrittura collettiva, attraverso la formula stringente dei 140 caratteri a tweet. La sintesi costringerà ad un tuffo profondo nel significato e nell'essenza delle potenti immagini create da Pavese.
Un "capitano" ogni tre giorni indicherà la rotta con un tweet di partenza, uno starting-tweet e chiunque potrà rispondere entrando in dialogo con tutti gli altri e, soprattutto, con l'opera stessa.
Sono previsti 27 dialoghi ("flussi"), ognuno per ogni capitolo del libro; si parte lunedì prossimo, 14 Gennaio 2013 e la lettura-scrittura terminerà il 4 aprile 2013.
Questo livello di partecipazione è già complesso e non a caso il "capitano" si chiamerà Titano. Il lavoro si svolgerà con andamento diacronico, lungo i capitoli dell'opera, e i tweet prodotti verranno raccolti e archiviati dalla fondazione. Per ogni capitolo verranno selezionati i 24 tweet migliori.
La scelta verrà effettuata, penso, sulla base della loro pertinenza e significatività ma anche in base alla capacità di interagire-per temi o suggestioni o spunti interpretativi, concordanze o discordanze- con ognuno degli altri flussi. Sarà questo a dare vita ad un supertesto e ogni twitter potrà scegliere se intervenire a livello diacronico o sincronico.
Hashtag da cercare è #Leucò. Maggiori dettagli li troverete sul sito della Fondazione.
Io sono entusiasta dell'idea, mi intriga questa possibilità di un uso divulgativo del social-network Twitter nel campo della letteratura e ancor più perché il "gioco" si applica a quell'opera straordinaria e amata e da ricomprendere ogni volta che è Dialoghi con Leucò.
La sto rileggendo. Forse non avrò il coraggio di scrivere il mio tweet ma è sempre meglio tenersi pronti!
La mia versione Einaudi 1968
Scelta l'opera -in questo caso I dialoghi di Leucò di Cesare Pavese- ne verrà fatta una riscrittura collettiva, attraverso la formula stringente dei 140 caratteri a tweet. La sintesi costringerà ad un tuffo profondo nel significato e nell'essenza delle potenti immagini create da Pavese.
Un "capitano" ogni tre giorni indicherà la rotta con un tweet di partenza, uno starting-tweet e chiunque potrà rispondere entrando in dialogo con tutti gli altri e, soprattutto, con l'opera stessa.
Sono previsti 27 dialoghi ("flussi"), ognuno per ogni capitolo del libro; si parte lunedì prossimo, 14 Gennaio 2013 e la lettura-scrittura terminerà il 4 aprile 2013.
Questo livello di partecipazione è già complesso e non a caso il "capitano" si chiamerà Titano. Il lavoro si svolgerà con andamento diacronico, lungo i capitoli dell'opera, e i tweet prodotti verranno raccolti e archiviati dalla fondazione. Per ogni capitolo verranno selezionati i 24 tweet migliori.
La scelta verrà effettuata, penso, sulla base della loro pertinenza e significatività ma anche in base alla capacità di interagire-per temi o suggestioni o spunti interpretativi, concordanze o discordanze- con ognuno degli altri flussi. Sarà questo a dare vita ad un supertesto e ogni twitter potrà scegliere se intervenire a livello diacronico o sincronico.
Hashtag da cercare è #Leucò. Maggiori dettagli li troverete sul sito della Fondazione.
Io sono entusiasta dell'idea, mi intriga questa possibilità di un uso divulgativo del social-network Twitter nel campo della letteratura e ancor più perché il "gioco" si applica a quell'opera straordinaria e amata e da ricomprendere ogni volta che è Dialoghi con Leucò.
La sto rileggendo. Forse non avrò il coraggio di scrivere il mio tweet ma è sempre meglio tenersi pronti!
La mia versione Einaudi 1968
giovedì 3 gennaio 2013
lunedì 24 dicembre 2012
natale
I muscoli facciali mi dolgono a forza di rispondere sorridendo: grazie, anche a te; grazie, anche a voi; grazie, anche a lei. Sul Natale abbiamo ed ho, detto e scritto di tutto. Cos'altro si può dire sul Natale?
Nella mia mente scorre continuamente, come i sottotitoli di un telegiornale, una sola parola: farcela.
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depressione,
lutto,
ricordi
diversa
Tutte le cose, anche le più insignificanti, sono diventate diverse. Oggetti ed alimenti, anche.
Tutte le cose le guardo in un modo diverso, ed emergono ai miei sensi diverse e nuove. Parlano una nuova lingua. Suscitano in me pensieri e considerazioni e commenti nuovi e diversi. Repulsioni nuove.
Sono loro diverse?
Sono io diversa.
Anche i nomi delle strade sono diversi. Ogni luogo, ogni spazio prende un nome nuovo ed ogni via, ed ogni piazza ha come nome una propria circonlocuzione: qui è accaduto questo, lì successe quello; qui normalmente si faceva questo, lì normalmente si svolgeva quello e così via...
Sono gli spazi e i luoghi nuovi e diversi?
Sono io diversa.
Tutte le cose le guardo in un modo diverso, ed emergono ai miei sensi diverse e nuove. Parlano una nuova lingua. Suscitano in me pensieri e considerazioni e commenti nuovi e diversi. Repulsioni nuove.
Sono loro diverse?
Sono io diversa.
Anche i nomi delle strade sono diversi. Ogni luogo, ogni spazio prende un nome nuovo ed ogni via, ed ogni piazza ha come nome una propria circonlocuzione: qui è accaduto questo, lì successe quello; qui normalmente si faceva questo, lì normalmente si svolgeva quello e così via...
Sono gli spazi e i luoghi nuovi e diversi?
Sono io diversa.
sabato 22 dicembre 2012
casini vari
Il nuovo blog essenzialmente libri è forse un po' troppo moderno per me...
Da quello che ho capito si clicca su una delle foto e il post si apre, per leggerlo si fa scorrere verso il basso un rettangolino nero che compare a destra. Sotto il post c'è lo spazio per i commenti.
Invece lo spazio per iscriversi l'ho tolto. Era un gesto di pura vanità,vergogna.
Quando il blog si apre alla home page, a destra c'è un rettangolo nero che percorre tutta la pagina. Passandoci sopra si vede l'archivio, le etichette, i blog segnalati (che sto inserendo un po' per volta), l'avviso per il copyright, la segnalazione del mio libro e infine il mio profilo. Forse ho messo troppe voci diverse e non si riesce a vederle tutte. Ci devo lavorare un po'. Scusate.
Che poi perché dovreste fare tutti questi sforzi? boh
Da quello che ho capito si clicca su una delle foto e il post si apre, per leggerlo si fa scorrere verso il basso un rettangolino nero che compare a destra. Sotto il post c'è lo spazio per i commenti.
Invece lo spazio per iscriversi l'ho tolto. Era un gesto di pura vanità,vergogna.
Quando il blog si apre alla home page, a destra c'è un rettangolo nero che percorre tutta la pagina. Passandoci sopra si vede l'archivio, le etichette, i blog segnalati (che sto inserendo un po' per volta), l'avviso per il copyright, la segnalazione del mio libro e infine il mio profilo. Forse ho messo troppe voci diverse e non si riesce a vederle tutte. Ci devo lavorare un po'. Scusate.
Che poi perché dovreste fare tutti questi sforzi? boh
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metablog
in piena luce
Nel libro L'angoscia di Re Salomone di Romain Gary teatro della storia è un'associazione di aiuto, "S.O.S. Benevoli, alla quale si può telefonare giorno e notte quando il mondo diventa troppo pesante da portare e perfino opprimente ed è l'angoscia".
Così uno dei volontari accoglie un possibile nuovo volontario:
Così uno dei volontari accoglie un possibile nuovo volontario:
"È abbastanza difficile, vedrà. A conti fatti, tutto si riduce a un eccesso d'informazioni su noi stessi. Prima, uno poteva ignorarsi. Poteva conservare le proprie illusioni. Oggi, grazie ai mass-media, alla radio e soprattutto alla televisione, il mondo è diventato eccessivamente visibile. La più grande rivoluzione dei tempi moderni è questa improvvisa e accecante visibilità del mondo. Nel corso degli ultimi trent'anni abbiamo appreso sul conto nostro più di quanto abbiamo appreso nel corso dei millenni, ed è una cosa traumatizzante. Quando abbiamo finito di ripeterci, ma no, non sono io, sono i nazisti, sono i cambogiani, sono i...che so io, finiamo col comprendere che si tratta di noi. Di noi stessi, sempre, dappertutto. Di qui la colpevolezza. Ho parlato poco fa con una giovane donna che mi aveva annunciato l'intenzione di immolarsi col fuoco per protestare. Non mi ha detto contro chi voleva protestare a quel modo. Ma è evidente. Il disgusto. L'impotenza. Il rifiuto. L'angoscia. L'indignazione. Siamo diventati im-pla-ca-bil-men-te visibili ai nostri stessi occhi. Siamo stati brutalmente trascinati in piena luce, e c'è poco da stare allegri."
mercoledì 19 dicembre 2012
chi mi vuol bene.....
Cari
amici oggi vi presento il mio nuovo blog
Chiariamo
subito: Inezie essenziali non morirà né, ora che ho ripreso ad
occuparmene, lo trascurerò.
Il
nuovo blog è una cosa diversa.
Nasce però da una costola di Inezie
essenziali, prende spunto cioè dalla mia abitudine di dare piccoli suggerimenti
di lettura, quelli che chiamavo il Segnalibro.
Il mio nuovo blog si chiama Essenzialmente libri e sarà dedicato solo ai
libri, senza altri contenuti.
Conterrà
segnalazioni, consigli, suggerimenti,
recensioni e qualche sorpresa.
Mi
piacerebbe avere la vostra collaborazione.
Infatti
vorrei che fosse un blog aperto.
Potremmo
scambiarci e condividere i nostri
post sui libri e sul mondo che vi ruota intorno, aprire discussioni, confronti; potreste consigliarmi letture di cui occuparmi, potreste mandarmi recensioni, suggerire
giochi, sondaggi e quanto altro vorrete.
E
naturalmente, potreste intanto dargli un'occhiata e, se vi sembra interessante, iscrivervi come lettori. :-)
Perché questo nuovo blog? Per mettere nelle mie giornate qualche cosa di nuovo, e nella mia vita qualche cosa che mi serva di stimolo.
È un po' anche un modo per costruire uno spazio in cui la mia storia non entri che indirettamente. Come un vestito nuovo, forse una maschera, o un velo. Non lo so bene, vedrò.
Intanto però inizio. È anche una sfida a me stessa. Se la perderò, l'avrò persa e forse avrò saputo qualche cosa di più di me in questo momento della mia vita.
In ogni caso, fatemi i vostri auguri!
Grazie,
marina
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libri
martedì 18 dicembre 2012
indietro...
La memoria del corpo, benché meno vasta di quella della mente, circoscritta e delimitata dalla nostra pelle così com'è, mi sembra talvolta più minuziosa e penetrante.
Ricordare con il corpo ha un effetto potente, totalmente coinvolgente e velocissimo, immediato.
In questo senso il nostro corpo si sposta nel tempo, senza ostacolo alcuno.
Pierre Auguste Renoir
Non servono, talvolta, neanche le madeleines, semplicemente all'improvviso il nostro corpo torna indietro di decine e decine di anni, e precipita indietro fino ad una festa, ad un ballo.
È questo il vero teletrasporto. Non so dire se è più doloroso che emozionante.
Ricordare con il corpo ha un effetto potente, totalmente coinvolgente e velocissimo, immediato.
In questo senso il nostro corpo si sposta nel tempo, senza ostacolo alcuno.
Pierre Auguste Renoir
Non servono, talvolta, neanche le madeleines, semplicemente all'improvviso il nostro corpo torna indietro di decine e decine di anni, e precipita indietro fino ad una festa, ad un ballo.
È questo il vero teletrasporto. Non so dire se è più doloroso che emozionante.
sabato 15 dicembre 2012
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